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La pace fra Turchia e popolo curdo, quali prospettive?

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A parole la vogliono tutti, in pratica va a finire che rimarrà una chimera. La pace fra Turchia e popolo curdo più che un processo in fieri sembra diventata una storia infinita, un po’ come l’ingresso di Ankara nel club di Bruxelles. Con la differenza che la prima potrebbe rivelarsi molto più pericolosa per gli equilibri regionali.

Di storico, c’è il fatto che sabato 21, in occasione del Newruz, il capodanno curdo, Abdullah Öcalan, il leader spirituale della minoranza curda in Turchia, ha fatto diramare una sua lettera nella quale chiedeva chiaramente al Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, di cessare una volta per tutte la lotta armata e avviare un dialogo politico e democratico con l’esecutivo di Ankara per la soluzione della “questione curda”. In poche parole, via i fucili e lasciate fare all’Hdp, il Partito curdo per popolo democratico che siede alla TBMM, la Grande Assemblea Nazionale turca.

La reazione sarebbe chiedersi se il Pkk sia veramente disposto a dargli retta. Tuttavia, conviene partire dalla sponda turca, per capire che i problemi nell’attuazione della road map non stanno da una parte sola.
L’esecutivo guidato da Ahmet Davutoglu e targato Akp, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo che guida il Paese dal 2002, ha teso una mano all’Hdp, proponendo la creazione di una commissione parlamentare che si occupi del processo. A sorpresa, il più grande oppositore di questa idea è stato il presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, padre del processo di pacificazione iniziato nel 2009 e che probabilmente con questo gesto ha voluto fare capire a curdi ed esecutivo due cose: ai curdi, che il referente turco con cui trattare è lui e non Davutoglu, al governo, che senza il suo assenso, è meglio non prendere iniziative autonome. Il problema è che alcuni dirigenti del partito ne hanno approfittato per mettere le cose in chiaro, uno soprattutto. Il vicepremier Bulent Arinç, a capo di una delle correnti più potenti dell’Akp e da tempo in rotta di collisione con il Capo dello Stato. “Le sue dichiarazioni su cosa gli piace e che cosa no – ha detto Arinç – sono dettate dall’emotività. La responsabilità appartiene al governo e possiamo considerare le sue dichiarazioni come parere personale”. Che tradotto in termini più semplici, rappresentano un chiaro invito a rimanere al suo posto e non interferire con quelle che sono conseguenze dell’esecutivo.

Rientrerebbe tutto nella normale dialettica politica, tuttavia bisogna ricordare due particolari non proprio trascurabili. Il primo è che a giugno si vota e il raggiungimento di un accordo con i turchi o il suo fallimento può essere l’asso nella manica per la vittoria elettorale o una disfatta. Saranno le prime consultazioni senza Erdogan a capo dell’Akp e il Presidente della Repubblica ha tutto l’interesse a fare vedere che senza di lui il partito non va da nessuna parte e di contro il suo partito che senza di lui se la cava benissimo. Non solo. Erdogan sta anche aspettando che il parlamento porti avanti l’iter di riforma costituzionale in senso presidenziale, che lo investirebbe di poteri pressoché assoluti. Le parole di Arinç, quindi, potrebbero essere il segno di un disagio ancora più profondo.

La situazione non va meglio in casa curda. Una parte dell’Hdp trova in Öcalan ancora un leader di riferimento, ma l’altra vede nel Pkk una vera e propria forza non solo politica, ma anche economica. È l’organizzazione che controlla i territori del sud-est turco e che da anni, oltre alla lotta separatista, porta avanti un fiorente commercio di armi e di droga. Per le popolazioni di quei territori il Pkk da anni è un punto di riferimento difficilmente eliminabile. Non bisogna poi dimenticare un particolare molto importante. Il processo di pace con i curdi è iniziato nel 2009, quando la situazione nella regione era completamente diversa, la Siria era ancora un monoblocco nelle mani di Assad e la Regione Autonoma curda del Nord Iraq meno strutturata di oggi. Il rischio, forte, è che i curdi in Turchia, vedendo queste realtà autonomiste prendere vita, possano non accontentarsi più delle concessioni di Ankara, a meno che queste non siano molto generose. Il risultato del partito curdo alle prossime elezioni sarà determinante, per questo, nonostante il discorso storico di Öcalan, sarà difficile che succeda qualcosa di realmente significativo. Perché la minoranza vuole vedere che margini di trattativa possiede e sa benissimo che, più sarà alto il consenso, più i curdi si sentiranno legittimati ad alzare il prezzo. 

@martaottaviani

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