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La ricchezza avvelenata del petrolio

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BEIRUT. La scoperta di petrolio e gas nel Mediterraneo al largo delle coste del Libano e di Israele potrebbe essere, a prima vista, un grande beneficio per i due paesi. Gli esponenti politici libanesi parlano, prima ancora di avviare le perforazioni, di creazione di posti di lavoro e dell’avvio di progetti per lo sviluppo della sanità, dell’istruzione e delle attività economiche.

Si parla molto della copertura autonoma del fabbisogno nazionale, dell’esportatzione che dovrebbe garantire introiti considerevoli, dell’azzeramento del debito pubblico, pari a 62,4 miliardi di dollari (145,3% del PIL).

Un ottimismo facile e diffuso, ma smentito dall’esperienza e dalla storia. Nel corso dell’ultimo secolo in quasi tutti i paesi in via di sviluppo ricchi di idrocarburi i sogni di benessere si sono rivelati illusioni, quando non si sono trasformati in incubi fatti da ingerenze internazionali, occupazioni militari e guerre etniche. 

Anche in alcuni paesi sviluppati gli effetti negativi del petrolio e del gas si sono fatti sentire. Il caso più noto è quello dei Paesi Bassi, dove lo sfruttamento del gas naturale scoperto a Groningen nel 1960 portò un rapido afflusso di soldi. Questo causò l’inflazione, il declino delle attività economiche tradizionali e altri danni all’economia. Un fenomeno ormai noto come “Dutch Desease” (sindrome olandese). In un paese europeo questa sindrome è stata affrontata e risolta rapidamente, come una brutta influenza, grazie alla democrazia e alla trasparenza nella vita politica ed economica. In molti paesi in via di sviluppo, invece, la “sindrome olandese” è diventata un’epidemia mortale. 

Nel triennio 2010 – 2013 i paesi membri dell’OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), hanno avuto ricavi dal greggio, escluse il gas, pari a circa 1.200 miliardi di Euro l’anno. Una cifra con cui avrebbero potuto facilmente diversificare le loro economie e superare nel PIL le “Tigri” asiatiche”. Invece, il loro reddito medio pro capite nel 2012 non supera i 7.811 dollari, un terzo di quello della Corea del Sud, 22.580 dollari o della Slovenia, 22.350 dollari. Anche in Arabia Saudita, il più grande esportatore di petrolio al mondo, il reddito pro capite di 25.120 dollari è inferiore a quello di paesi come la Spagna, 29.748 dollari e l’Italia 33.185 dollari, che non hanno né petrolio né gas naturale. In questi stessi anni i paesi arabi produttori stanno affrontando un crescente deficit alimentare e alla fine del 2010 avevano accumulato un debito estero pari a179,9 miliardi di Euro, mentre i patrimoni privati dei loro cittadini detenuti all’estero sono stimati in oltre 1.300 miliardi di Euro.

L’Iraq è un esempio emblematico degli effetti devastanti del petrolio sullo sviluppo dei paesi produttori. È il quinto esportatore di petrolio al mondo, e dopo più di 80 anni di sfruttamento delle sue risorse gli iracheni si ritrovano con un Paese devastato, con un reddito pro capite di 4.100 dollari l’anno e un debito di 92,3 miliardi di dollari (115,3% del PIL). Secondo la Banca centrale irachena, già prima della guerra con ISIS, la stragrande maggioranza della popolazione doveva quotidianamente affrontare la carenza di cibo, acqua potabile, cure mediche e persino di prodotti petroliferi. Prima di diventare un esportatore di petrolio l’Iraq era un grande produttore ed esportatore di grano e altri prodotti agricoli. Con l’inizio dello sfruttamento dei giacimenti la produzione agricola ha iniziato a diminuire, le terre fertili si sono trasformate in deserto o paludi malsane. Tanto che nel 2012 il totale delle esportazioni irachene è stato di 94,31 miliardi di dollari, con solo 0,280 milioni (0,29% del totale) di esportazioni non petrolifere. Questo paese, un tempo considerato il granaio del Medio Oriente, è stato ridotto a importare dall’estero quasi tutti i prodotti alimentari che consuma. Inoltre, la ricchezza petrolifera è anche la ragione delle tante guerre che da più di trent’anni devastano il Paese. 

Anche il caso algerino merita attenzione. In Algeria nel 1970 l’esportazione di idrocarburi rappresentava due terzi del totale. Nel 2012 questi prodotti rappresentavano il 97,3% delle esportazioni. In questi quarant’anni la popolazione algerina ha più che triplicato il consumo di energia, così il paese potrebbe diventare un importatore di petrolio nel giro di 10 – 15 anni. Questo perché in quasi cinquat’anni tutti i governi che si sono succeduti non hanno usato i guadagni del petrolio per costruire uno sviluppo economico duraturo basato su agricoltura, industria, turismo, etc. Inoltre, in molti paesi (Iraq, Libia, Siria e Sudan), decine o addirittura centinaia di miliardi di dollari del petrolio sono stati impiegati per l’acquisto di armi. Usate nelle guerre inutili o contro la stessa popolazione locale. 

Molti altri paesi, come Venezuela, Messico e Libia hanno avuto un andamento più o meno simile a quello iracheno o algerino. In Medio Oriente i paesi non petroliferi (Marocco, Libano e Giordania), hanno avuto generalmente uno sviluppo economico più “normale”, a volte con buona crescita dell’industria, dell’agricoltura e del turismo. Nel 1975 Juan Alfonso Pérez, Ministro del Petrolio del Venezuela, disse a una riunione dei paesi produttori: “il petrolio è lo sterco del diavolo. Porta rifiuti, corruzione, sprechi e debito.”

A quaranta anni di distanza possiamo, purtroppo, dargli ancora ragione.   

@MauroPompili

 

 

 

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