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La rivoluzione tecnologica dell’Africa passa dall’energia

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Uno degli “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile”, che quest’anno prenderanno il posto dei Millennium Goals delle Nazioni Unite, è l’accesso universale alla rete elettrica. Ma in Africa, dove oggi più di seicento milioni di persone, due terzi della popolazione complessiva, sono esclusi da questo servizio, è probabile che lo scopo non venga raggiunto.

Anzi, se la tendenza attuale dovesse proseguire, il traguardo verrebbe varcato solo cinquant’anni dopo, nel 2080. Persino le due maggiori economie del continente, il Sudafrica e la Nigeria, soffrono di carenze energetiche (un paradosso soprattutto per Abuja, grande produttore di petrolio, 2,5 milioni di barili al giorno, e membro dell’Opec). Per fare un parallelo, un abitante della Tanzania consuma in otto anni l’energia utilizzata da un americano in un mese.

 

E’ tempo di una rivoluzione in questo campo, sostiene l’Africa Progress Panel, guidato dall’ex segretario dell’ONU, Kofi Annan, che ha appena presentato un interessante report sull’argomento, in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente. Questo problema strutturale, si scrive, può minare lo sviluppo del continente (adesso il deficit energetico costa dal due al quattro per cento del Pil: meno crescita, meno lavoro). Il report non è solo una fotografia dell’esistente, ma una piattaforma di proposte per liberarsi di questa zavorra. Proposte importanti, in vista della grande conferenza sul clima che le Nazioni Unite hanno organizzato per dicembre a Parigi, prosecuzione  di un percorso avviato col protocollo di Kyoto e proseguito in Sudafrica, a Durban. Sviluppo energetico e cambiamento climatico, va da se’, sono materie strettamente intrecciate.

L’Africa, sostiene il rapporto, deve diventare una superpotenza delle energie rinnovabili, unico modo per alimentare la propria crescita economica senza aumentare contemporaneamente le emissioni di anidride carbonica. Le carenze attuali, quindi, non sono solo un rischio, ma un’opportunità, perché “nessuna regione al mondo ha così tanto potenziale inespresso in materia di rinnovabili. I generatori e i sistemi di distribuzione decentralizzati stanno aprendo nuove possibilità, in modo che l’energia possa raggiungere gli abitanti bypassando le reti nazionali”.

L’analogia che viene fatta è quella con la rete telefonica: i cellulari sono più adatti alla modernità rispetto alla rete fissa. Allo stesso modo, occorre fare in modo che sempre più energia venga prodotta e consumata su base locale, svincolata dalla rete nazionale, utilizzando soprattutto il sole ed il vento.

Il report non è ideologico, non si schiera acriticamente con l’adozione di un sistema basato unicamente sulle rinnovabili. Sia nel breve che nel medio periodo, dice, bisognerà fare uso dei combustibili fossili. Un mix di fonti, compreso il petrolio e soprattutto il gas naturale, rappresenta l’unica soluzione alla crisi energetica. Oltre alle classiche indicazioni – aumentare la spesa pubblica in infrastrutture dell’energia, ridurre il tasso di corruzione, rendere più trasparenti i processi decisionali – si consiglia di re-indirizzare i ventuno miliardi di dollari spesi oggi in sussidi per le utility e per il consumo di elettricità, di cui beneficiano soprattutto i più ricchi, in sostegno alle reti di connessione locali e agli investimenti in rinnovabili, che possono portare energia direttamente ai più poveri. Inoltre, si propone la creazione di un fondo che riesca a colmare, da qui al 2030, il gap di finanziamento del settore energetico africano, stimato in 55 miliari di dollari l’anno: trentacinque per investimenti nella produzione, nella trasmissione e nella distribuzione dell’energia, venti per i costi dell’accesso universale alla rete.

@vannuccidavide

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