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La rotta marocchina verso l’Europa

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Un centinaio di persone tra uomini, donne e bambini, racchiusi tra un muro bianco e un serrato blocco di polizia. La terra promessa è al di là della cancellata azzurra protetta da altri agenti che fermano chi non è in regola con i documenti.

Le immagini pubblicate dal quotidiano El Diario raccontano l’attualità dei profughi siriani in fuga dalla guerra, ma stavolta non siamo in Ungheria, né in Serbia né nella Macedonia di qualche settimana fa, dove l’Europa si è giocata una fetta di credibilità e di dignità. Stavolta siamo in Marocco, alla frontiera con la Spagna. “Siriani, no. Siriani, no”: con queste parole – riporta El Diario – la polizia marocchina ogni giorno impedisce che i profughi siriani varchino la frontiera per raggiungere Melilla, dove potrebbero e vorrebbero fare richiesta di asilo.

Fuggono dalla guerra, dal terrorismo, hanno scelto di non prendere la via del mare che ha già preteso troppe vite, alcuni sono in viaggio da quasi due anni, ma poi vengono fermati in Marocco, a un passo dalla meta.

Attualmente nel Regno nordafricano vivono cinquecento siriani in attesa di definire il proprio status, mentre molti altri si sono aggiunti ai cinquemila migranti che Rabat ha provveduto a far regolarizzare nel corso del 2014. Vivono a Nador, nel nord del paese, alloggiati in ostelli e alberghetti adattati alla men peggio, e vorrebbero raggiungere Melilla, dove è stato aperto un ufficio per le richieste di asilo, che però è sempre più difficile da raggiungere perché la polizia non lascia passare. Per questo motivo un centinaio di essi da cinque giorni manifesta dinanzi alla cancellata azzurra che separa il Marocco dall’Europa, ma il risultato che hanno ottenuto è solo di una maggiore chiusura.

I profughi non si perdono d’animo e in qualche modo provano ad aggirare i controlli della polizia. Chi tenta di passare durante il cambio di turno degli agenti; chi indossa abiti in perfetto stile marocchino per non dare nell’occhio; chi decide di spendere gli ultimi risparmi e cedere alla tentazione dei trafficanti, che, in mancanza di vie legali di accesso, restano l’unica alternativa possibile.

E’ successo alla famiglia del piccolo Hamed, sette anni, che in questi giorni trascorre intere giornate col padre dinanzi a quel cancello azzurro, mentre la madre con l’altro figlio di tre anni è riuscita a raggiungere Melilla. “Abbiamo dato mille euro al trafficante, erano i nostri ultimi risparmi, ma non sono bastati a farci portare tutti”.

Stando ai dati dell’UNHCR, 4200 tra siriani e palestinesi quest’anno sono riusciti a fare richiesta di asilo a Melilla.

Il Marocco è una terra di transito, eppure innalza muri ai richiedenti asilo che il governo spagnolo ha detto di voler accogliere. Madrid nel frattempo dice di ignorare le pratiche messe in atto dalla polizia marocchina alla frontiera. Non se ne occupa per non ingerirsi negli affari interni di uno stato sovrano, dicono dai ministeri.

Alcune organizzazioni non governative, tra cui Save the Children, in ansia soprattutto per i numerosi bambini, hanno inviato una lettera al ministero dell’Interno e degli Esteri spagnolo, chiedendo di concedere un permesso per motivi umanitari ai siriani in fuga. Così da mettere in salvo almeno i più piccoli, ma per il momento non hanno ricevuto risposta. L’iniziativa non è stata condivisa dall’organizzazione marocchina Gadem, per la quale i siriani sono rifugiati e qualsiasi altro tipo di riconoscimento giuridico è una diminuzione dei loro diritti. La ONG locale Prodein denuncia un sistema di quote, frutto di un accordo tra il governo spagnolo e quello marocchino, in virtù del quale ogni giorno a Melilla non potrebbero entrare più di venti, venticinque richiedenti asilo. E se da un lato frena chi vuole entrare in Europa, dall’altro, in uno slancio di solidarietà, il Regno sta valutando la possibilità di regolarizzare quasi cinquecento siriani, tra cui centoventisei bambini. E’ una decisione che arriva dopo l’introduzione di visti d’ingresso obbligatori per i cittadini provenienti da alcuni paesi arabi, tra cui la Siria.

Una scelta che non vuole esprimere inimicizia per i siriani, ha provato a chiarire il re Mohammed VI a fine agosto per placare le polemiche, ma che si è resa necessaria per garantire la sicurezza nazionale.

@Seregras

 

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