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RETROSCENA

La schizofrenia di The Donald

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Non sarà facile tornare a una superpotenza equilibrata ma la necessità di superare la politica estera schizofrenica di Trump conferisce grande responsabilità a chi lo sfiderà

Primo piano Donald Trump

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla Casa Bianca a Washington, Stati Uniti, 12 febbraio 2020. REUTERS/Tom Brenner

Per qualche giorno, si è temuto il peggio. In molti hanno pensato che l’uccisione di Qassem Suleimani delle Forze Quds dei Pasdaran iraniani da parte dell’esercito americano potesse scatenare una vera e propria guerra. Fortunatamente, sulla retorica consumata dei proclami guerreschi, per ora sembra prevalere il buonsenso. La risposta dell’Iran, con l’attacco missilistico contro le due basi Usa in Iraq, si è concluso con qualche ferito e nessuna vittima. D’altra parte, anche Donald Trump sembra voler smorzare i toni: “Gli Stati Uniti sono pronti alla pace” ha detto, parlando alla nazione. Il Presidente americano ha annunciato nuove sanzioni contro l’Iran, ma per il momento ha rimesso nel cassetto i 52 potenziali obiettivi da colpire nel Paese. Intanto, si rincorrono le voci sull’apertura di possibili colloqui tra Washington e Teheran attraverso il canale diplomatico della Svizzera.

È difficile decifrare la strategia del Presidente americano nella regione. Trump è passato dalla cancellazione del trattato sul nucleare iraniano (JCPoA), all’annuncio del ritiro dalla Siria, per poi ripensarci subito dopo, agli attacchi alle milizie filo iraniane e all’uccisione di Suleimani, ricevendo l’approvazione di Israele ma non quella degli altri alleati nella regione.

Aldilà della spettacolarità dell’intervento contro il generale iraniano e della volontà di dimostrare al mondo la capacità militare americana, è difficile trovare un senso nelle decisioni strategiche di Trump ed è legittimo porsi delle domande a riguardo.

Se il Presidente americano avesse voluto impedire lo sviluppo di un programma nucleare militare, perché allora uscire dal JCPoA, un’intesa internazionale raggiunta sotto l’egida dell’Onu, che aveva proprio lo scopo di contenere l’Iran e reintegrarlo nel sistema internazionale?

Come possono gli Stati Uniti coniugare la volontà di ridurre al minimo la propria esposizione mediorientale (così come varie volte annunciato dal Presidente Trump), con l’obiettivo dichiarato di frenare a ogni costo l’influenza regionale di Teheran?

Se l’amministrazione Trump immaginava un’azione aggressiva, capace di perseguire i propri obiettivi in tempi brevi, riducendo al minimo l’impiego di risorse, la sensazione è che i risultati siano stati scarsi. I successi di questa amministrazione sono pochissimi (non solo in Medio Oriente) e l’azione appare a tratti schizofrenica.

Con il superamento dell’interventismo egemonico americano e con un contesto internazionale profondamente mutato, che ha visto l’emergere nello scacchiere geopolitico di nuove potenze, gli Usa sembrano non avere la capacità politica di elaborare una nuova visione.

Trump si è affidato al nazionalismo spinto dell’America First, una dottrina agganciata agli immediati interessi economici e di sicurezza interna. Una visione del mondo che ha trasformato gli alleati in concorrenti, alla luce di un’impostazione unilaterale delle relazioni esterne del Paese. Basti pensare ai difficili rapporti con l’Unione europea (l’endorsement teologico alla Brexit!), alle continue bordate alla Nato (definita costosa e anacronistica), alla politica commerciale muscolare, alla decisione di uscire dagli accordi di non proliferazione nucleare.

L’esito delle prossime elezioni americane del 2020 avrà profonde implicazioni per la politica estera mondiale. Se Trump venisse rieletto, perdurerebbe nel suo isolazionismo muscolare, ma un eventuale Presidente democratico sarebbe in grado di produrre una politica estera diversa?

Siamo ancora agli inizi e in queste affollatissime primarie Dem, è difficile fare chiarezza.

Prima dell’uccisione di Suleimani, di politica estera quasi non si parlava; ad animare il dibattito, erano soprattutto i temi di politica interna (la sanità, l’economia, il clima). Se i sondaggi dimostrano che per l’elettore medio americano, la foreign policy non è una priorità, è anche vero che nei periodi caldi (vedi l’11 settembre), ha svolto un ruolo significativo nelle elezioni presidenziali. Se la politica estera continuerà o meno a essere un motivo di confronto, dipenderà da quello che succederà nei prossimi mesi in Medio Oriente.

Per quel che riguarda il dibattito Dem, la risposta unanime è stata quella di condannare Trump per quella che tutti i candidati considerano un’azione spericolata, che aumenta le tensioni in Medio Oriente, e che ha rischiato di condurre a una guerra con l’Iran.

Joe Biden, durante i dibattiti, si è accreditato come l’unico candidato con un track record di relazioni internazionali di rispetto: otto anni in giro per il mondo come luogotenente di Barack Obama e due anni come Presidente del comitato per le relazioni estere del Senato. Proprio il suo profilo lo ha reso il bersaglio delle invettive degli altri candidati. Il voto favorevole dato da Biden all’invasione dell’Iraq nel 2002 ha portato il senatore Bernie Sanders ad attaccarlo duramente. A suo tempo, anche Bloomberg aveva appoggiato l’azione militare, voluta dal Presidente repubblicano George W. Bush. Pete Buttigieg, che nel dibattito ha ricordato la sua esperienza in Afghanistan, ha definito quella dell’Iraq “la peggiore decisione di politica estera di sempre”. La senatrice Elizabeth Warren ha invece invocato il ritiro delle truppe dal Medio Oriente, mentre Amy Klobluchar e Joe Biden hanno affermato che gli USA devono mantenere una presenza militare nella regione. Più o meno tutti i candidati hanno sostenuto la necessità di evitare “guerre senza fine” (uno degli slogan elettorali di Trump nel 2016).

Ciò che accomuna tutti, da Sanders a Bloomberg, è il desiderio di un cambiamento radicale rispetto all’attuale presidenza, che si esprime nella volontà di ricomporre le fratture (la Nato, il G7, il climate change…), di porre fine all’ unilateralismo dell’America First, di modificare alcune alleanze (come quella con i sauditi).

Anche Trump, in campagna elettorale, ha toccato pochissimo i temi di politica estera.

Durante il suo discorso sullo Stato dell’Unione, non ha nemmeno menzionato la Corea del Nord. Dopo due anni di grandi speranze, vertici sfavillanti con Kim Jong-un e trattative estenuanti sulla denuclearizzazione, la questione è in effetti ancora in alto mare. Nel 2018, aveva dichiarato: “Non esiste più una minaccia nucleare dalla Corea del Nord”, affermazione che non si è sentito di ripetere. Ha invece parlato del Venezuela (Maduro è l’unico dittatore che non gli sta simpatico). Per quanto riguarda l’Iran, il Paese con cui solo poche settimane prima è quasi andato in guerra, il Presidente ha fatto solo una menzione, dicendo: “Il regime iraniano deve abbandonare la sua ricerca di armi di distruzione di massa e deve lavorare per il bene della sua gente. A causa delle nostre sanzioni, l’economia iraniana sta andando molto male. Possiamo aiutarli a riprendersi…”.

In ogni caso, convincere gli Americani che una politica multilaterale tutela meglio i loro interessi non sarà facile per nessuno, salvo che per leader carismatici e autorevoli. Ecco perché questa volta, se i Dem vogliono almeno giocarla la partita elettorale, devono sceglierlo proprio bene il loro candidato alle imminenti presidenziali.

@GiuScognamiglio

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

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