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La storia dimenticata degli ebrei espulsi dal Kurdistan

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Per la prima volta nella storia, il governo del Kurdistan ha riconosciuto formalmente l’espulsione degli ebrei dalla regione, avvenuta nel novembre del 1945. In occasione del settantesimo anniversario dall’espulsione, la settimana scorsa il ministero degli affari religiosi locale ha organizzato una cerimonia ufficiale.

“Oggi inviamo un messaggio al mondo”, ha dichiarato Sherzad Omer Mamsani, direttore degli affari ebraici presso il governo curdo. “In un tempo di guerra tra barbarie e umanità, tutti i credi e le etnie sono libere e protette in Kurdistan”.

La zona irachena del Kurdistan ha ottenuto l’autonomia nel 1970, mentre il resto della regione è ancora sotto il controllo di Iran, Siria e Turchia; nonostante lo status autonomo, il Kurdistan è ancora legato all’Iraq. Per decenni i cittadini curdi nei paesi arabi sono stati discriminati e oggi il governo regionale della capitale Erbil è deciso ad impegnarsi a non lasciare che tale discriminazione avvenga nei confronti dei cittadini di alcuna nazionalità e religione.

Alla cerimonia erano presenti oltre 200 figure pubbliche, politiche, religiose e accademiche. Settanta candele, in ricordo dei settant’anni dall’espulsione degli ebrei curdi dalla regione, sono state accese da altrettanti rappresentati di varie religioni, inclusi ebraismo, islam, cristianesimo, zoroastrismo e bahai. Durante i discorsi è stato rimarcato il ruolo degli ebrei curdi nello sviluppo dell’economia e dell’educazione nella regione. Storici e giornalisti hanno inoltre riportato alcune testimonianze delle persecuzioni di cui è stata vittima la comunità ebraica locale, un tempo molto viva.

“La tolleranza nei confronti degli ebrei da parte della popolazione curda risale a molti decenni fa”, ha spiegato Ofra Bengio, ricercatrice presso l’Università di Tel Aviv. Prima del Farhud, il pogrom contro gli ebrei iracheni nel 1941, gli ebrei curdi vivevano in armonia con la popolazione musulmana, ha aggiunto Bengio. “Rispetto alle società arabe circostanti, i curdi sono una società relativamente più aperta e liberale, sia nei confronti delle minoranze che nei confronti delle donne”.

Il numero di ebrei espulsi dai paesi arabi tra la Seconda Guerra Mondiale e la nascita dello Stato di Israele ammonta ad un milione. Ciononostante, tale espulsione è spesso tralasciata dai libri di storia e quasi del tutto non riconosciuta dai suoi perpetratori; il governo di Baghdad, ad esempio, non ha mai riconosciuto l’espulsione né offerto riparazioni alle vittime, come hanno fatto invece numerosi paesi europei in seguito all’Olocausto.

La comunità ebraica esistente oggi in Kurdistan conta pochi individui. “Non c’è una sinagoga ad Erbil”, ha detto Ofra Bengio, la quale non crede esista più una popolazione prettamente ebraica nella regione. “Alcuni sostengono di essere ebrei, ed è possibile che abbiano degli antenati ebrei che durante le persecuzioni e l’espulsione sono riusciti a nascondersi”.

“Le città curde sono luoghi sicuri per gli ebrei”, ha raccontato Sangar Said Akrayi, 26 anni, amico della comunità ebraica di Erbil. “Si può girare per le strade indossando una kippà (copricapo religioso) e mostrando altri simboli religiosi senza paura”.

In seguito alla cerimonia sono avvenute diverse rappresaglie nei confronti di curdi residenti a Baghdad. Un numero non identificato di curdi sono scappati in Kurdistan, dove hanno trovato rifugio, ha riportato il quotidiano Al-Quds Al-Arabi.

“Dobbiamo reagire a quest’ideologia razzista e intollerante”, ha dichiarato Masmani alla notizia degli attacchi.

Sono molti i curdi a desiderare l’indipendenza totale dall’Iraq, ma non vogliono che tale distacco avvenga con la violenza. “I curdi hanno innanzitutto bisogno di raggiungere l’indipendenza economica, che al momento è difficilmente raggiungibile a causa della crisi economica”, ha detto Bengio. Le potenze occidentali vogliono sfruttare la posizione dei curdi contro l’ISIS, senza dare loro l’indipendenza, ha sottolineato la ricercatrice: “Ci troviamo a dover scegliere tra ISIS e Kurdistan; la scelta sembra ovvia, eppure al momento non sembra così ovvia a molte persone”.

@simonsays101

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