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Sogno cinese

La storia e la confessione di Gao Yu

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«Quello che ho fatto…ha danneggiato gli interessi nazionali ed è stato un grave errore. Ho imparato la lezione ed ammetto la mia colpa». È quanto ha rivelato alla televisione nazionale la nota giornalista Gao Yu, arrestata dopo una celebrazione privata per i 25 anni di Tiananmen e sospettata di aver rivelato segreti di Stato. Il reato in Cina è punibile anche con la pena di morte.

 

Cosa significano l’arresto e la confessione di Gao Yu? Per quanto riguarda l’arresto è sicuramente un segnale di determinazione da parte del Partito a evitare problemi nei giorni che precedono il 4 giugno. Quest’anno si tratta del venticinquesimo anniversario e come ogni anno, all’avvicinarsi della data fatidica, la polizia toglie di mezzo attivisti, intellettuali e chiunque possa avere una connessione con i fatti di quel periodo. Si tratta di fermi e arresti preventivi, che tendennzialmente scadono poco dopo l’anniversario. Ci sono persone che da vent’anni, nei giorni del ricordo, vengono rinchiusi e impediti a celebrare la giornata.

Come ha scritto il Financial Times, «martedì scorso, l’avvocato Pu Zhiqiang è stato posto sotto detenzione penale con l’accusa di provocare disordini». La misura di «detenzione penale» consente alla polizia di trattenerlo per un massimo di 30 giorni. «Mentre decidono se presentare o meno delle accuse formali la polizia sta utilizando la detenzione penale per gestire le figure che potrebbero causare qualsivoglia tipo di instabilità sociale, ha dichiarato Joshua Rosenzweig, esperto di Hong Kong del sistema penale cinese», al Financial Times.

Il caso di Gao Yu si tinge di ulteriori elementi. Giornalista famosa, ha 70 anni – e questo dovrebbe evitarle la pena capitale, dicono in molti – era già stata arrestata in diverse occasione, nel corso della sua vita. La Xinhua e la Cctv, riguardo il suo arresto e l’accusa contro di lei, non hanno specificato quale segreto di Stato la signora Gu avrebbe svelato. Voci ritengono che avrebbe consegnato a un’emittente televisiva straniera il famoso documento numero 9, «emesso dall’ufficio generale del Partito comunista cinese nell’aprile 2013». Il documento ad uso interno denunciava i modelli politici democratici occidentali come «un tentativo di minare la leadership attuale».

Stralci del documento a dire il vero, erano già stati rivelati dal New York Times.

E come per altri attivisti o per i famosi Big V, ovvero i noti microblogger di Weibo, «verificati», all’arresto è seguita la confessione. A Pechino e al Partito non basta il carcere per gli elementi fastidiosi, serve anche la rettifica. Una pratica comune dopo il 1989, durante la rivoluzione culturale e che pare tornata in auge. Lo scopo è la confessione e il pentimento: solo in questo modo il Partito dimostra – o tenta di dimostrare – la giustezza delle proprie accuse. E da qui al 4 giugno, c’è da scommettere che il caso di Gao Yu, non sarà l’unico.

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