La Tunisia di Rachid Ghannouchi


Lo sguardo è imperscrutabile, il viso accenna un sorriso lieve ma rassicurante. Rachid Ghannouchi è il leader del partito islamico Ennahda, che in italiano vuol dire “Movimento della Rinascita”, vincitore delle prime elezioni libere della Tunisia nell’ottobre 2011 e secondo invece nelle elezioni di domenica 26 ottobre.

Lo sguardo è imperscrutabile, il viso accenna un sorriso lieve ma rassicurante. Rachid Ghannouchi è il leader del partito islamico Ennahda, che in italiano vuol dire “Movimento della Rinascita”, vincitore delle prime elezioni libere della Tunisia nell’ottobre 2011 e secondo invece nelle elezioni di domenica 26 ottobre.

Sheikh Rachid Ghannouchi, leader of Tunisia's Ennahda party, speaks during a news conference in Istanbul March 2, 2011. REUTERS/Osman Orsal

East lo ha incontrato il 14 ottobre alla sede del partito a Montplaisir, un quartiere molto trafficato di Tunisi, a quindici minuti di macchina dall’Avenue Bourguiba. Delle elezioni imminenti, a parte il desiderio di vincere e di aumentare il consenso del 2011, lo preoccupava principalmente la loro riuscita, che in una democrazia di transizione significa assicurare che tutti i partiti accettino il risultato.

Ennahda è stato il primo partito islamico a cedere il potere l’anno scorso, quando il clima nel paese si è surriscaldato dopo gli omicidi politici di Chokri Belaid e di Mohamed Brahmi, a opera forse di estremisti religiosi. E in un certo senso ha compiuto un gesto rivoluzionario, creando un’ideologia moderata per la democrazia di transizione, che a differenza di quella classica, ha bisogno di un governo di unità nazionale per potersi consolidare, spiega Ghannouchi durante l’incontro.

Il sorriso appena accennato si apre quando fa un bilancio della prima esperienza di governo Ennahda, che giudica positiva perché ha portato la Tunisia prima alla pace e poi alle elezioni, evitando il sopravvento di una nuova dittatura, come è accaduto in Egitto con i militari.

L’autocritica più severa la fa quando valuta, invece, la situazione economica del paese e il fallimento nel non essere riusciti a rafforzare i diritti economici e sociali di tutti i cittadini. Considerazione che diventa ancora più amara quando si pensa ai tremila tunisini partiti per il jihad in Siria e agli oltre novemila, secondo il ministero dell’Interno tunisino, fermati mentre erano in procinto di partire.

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