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La vera storia della crisi fra Qatar e Arabia Saudita: denaro, guerre per procura e verità distorte

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L’offensiva diplomatica lanciata sul Qatar dai suoi vicini arabi è solo l’ultimo episodio di una competizione decennale. Una resa dei conti in realtà iniziata almeno dal luglio 2013, quando l’esercito egiziano fedele al generale al-Sisi e sostenuto dai miliardi sauditi ed emiratini mise fine alla presidenza di Mohammed Morsi e al breve dominio della Fratellanza Musulmana in Egitto. Pochi mesi dopo, nel marzo 2014, Arabia Saudita ed EAU ritirarono i propri ambasciatori da Doha. Il Qatar venne sospeso dal GCC in uno stallo che continuò per otto mesi, fino a quando dopo lunghe trattative Arabia Saudita, Emirati e Bahrein ripresero le normali relazioni diplomatiche.

Quell’anno gli Emirati spesero più di qualunque altra nazione al mondo per fare lobby all’interno del Congresso e dell’esecutivo americani. Tra la fine del 2012 e il 2013 avevano versato all’agenzia di lobbying Camstoll circa 7,5 milioni di dollari e avevano continuato a pagare un conto mensile di 400 mila dollari al mese al team dell’agenzia composto soprattutto da ex dipendenti del Tesoro Americano di stanza nel Golfo ed ex-membri dell’ala Neocon del Partito Repubblicano all’epoca della presidenza Bush. L’obiettivo principale, almeno dall’inizio del 2014, era molto semplice: trasformare l’immagine e la percezione del Qatar di fronte alla politica e al pubblico americani. Far passare l’idea che il Qatar fosse un paese “canaglia”, sponsor del terrorismo internazionale, amico dell’Iran e nemico dell’Occidente e del mondo arabo.

Se non avessimo la memoria così corta, a vedere ciò che accade in questi giorni ci verrebbero immediatamente in mente alcuni dei report usciti in quel periodo che, come verrà dimostrato più tardi da una bella inchiesta de The Intercept, erano stati ispirati direttamente dalle pressioni del team Camstoll, come questo report di Erin Burnett per la CNN, o questo articolo di Joby Warrick per il Washington Post. Un altro giornalista di primo piano ad essere approcciato dal team Camstoll in quel periodo era stato David Kirkpatrick del New York Times, il quale nel suo pezzo non aveva mancano di denunciare i forti investimenti operati dagli emirati per ottenere una certa copertura del Qatar all’interno del media americani.

Esattamente come oggi, il punto, come gli stessi Kirkpatrick e Glenn Greenwald (l’autore dell’inchiesta di The Intercept) avevano fatto notare, non era tanto che quello che si scriveva del Qatar non fosse vero. Era vero, infatti, che il Qatar aveva sostenuto in modo spesso torbido numerose fazioni sia in Libia sia all’interno dell’opposizione siriana. Lo aveva fatto appoggiandosi a proxy, perlopiù uomini d’affari con cui il governo qatarino aveva rapporti, a cui erano stati dati milioni di dollari e tonnellate di armi per formare e alimentare gruppi combattenti prima in Libia e poi in Siria. In entrambi i casi, e soprattutto nel caso della Siria, i qatarini si erano appoggiati a simpatizzanti della Fratellanza Musulmana. Alcuni dei gruppi da loro sostenuti si erano ben presto disgregati. Gli uomini che ne facevano parte si erano dileguati portando con sé soldi e, soprattutto, armi che ben presto avremmo ritrovato tra le fila di altre formazioni, spesso assai più integraliste. Altri, molto pochi, si erano invece espansi a tal punto da diventare nei primi anni della guerra civile tra le formazioni più efficaci, come Liwa al-Tawhid, che era stata tra i protagonisti della presa di Aleppo nel 2012. I problemi principali di questa strategia erano però due: da una parte l’enorme afflusso di supporto qatarino aveva favorito le formazioni islamiste ideologicamente vicine a Doha, mettendo da subito in difficoltà le formazioni laiche che avevano costituito inizialmente la spina dorsale della ribellione. Dall’altra, le autorità qatarine e i loro proxy ben presto si resero conto di avere ben poco potere su queste formazioni, facendo sì che spesso che denaro e armi finissero a gruppi più estremisti.

Era vero inoltre che le autorità qatarine, nel pieno del loro sostegno degli islamisti in Siria e in Libia, avevano fatto circolare liberamente alcune personalità religiose note per le loro attività di raccolta fondi a favore di gruppi più integralisti. In particolare, nelle moschee di Doha avevano tenuto sermoni, col permesso del governo, membri del gruppo di Shafi al-Ajmi e Hajjaj al-Ajmi, i due sceicchi kuwaitiani noti come tra i più grandi collettori di finanziamenti per i gruppi jihadisti in molte parti del mondo e collegati soprattutto a gruppi come Jabhat al-Nusra (l’allora braccio di Al-Qaeda in Siria) e Ahrar al-Sham.

In tutti questi casi si trattava quindi di notizie vere e di attività comprovate. Qual era quindi il motivo per cui gli emirati e i loro alleati investivano decine di milioni di dollari in agenzie di lobbying? Qual era la realtà che bisognava distorcere a furia di pressioni? La risposta era in fondo semplice: che se era vero che il Qatar aveva fatto e faceva tutto questo era anche vero che Arabia Saudita, Emirati e Kuwait facevano esattamente la stessa cosa.

A partire dal 2013, l’Arabia Saudita era stata il principale sponsor dell’unione di alcune grosse unità islamiste dell’opposizione operanti soprattutto nella campagna e nei sobborghi di Damasco. La nuova grande formazione era stata chiamata Jaish al-Islam (l’Esercito dell’Islam) e messo agli ordini di Zahran Alloush, leader salafita siriano liberato insieme a centinaia di altri estremisti due anni prima dalla prigione di Seydnaya dal regime di Assad (probabilmente proprio perchè andassero a “islamizzare” l’opposizione). Il padre di Alloush era stato imam in Arabia Saudita dove aveva coltivato rapporti col governo, rapporti che il figlio utilizzerà per ricevere armi e denaro da Riyadh. Jeish al-Islam, tutt’oggi operante nel sobborgo damasceno di Ghouta nonostante la morte di Alloush nel 2015, è diventato presto famoso per il suo estremismo e per i metodi dittatoriali applicati nei territori sotto il suo controllo. Allo stesso modo è importante sottolineare come, per quanto a tratti operante anche in Qatar, il network dei sceicchi al-Ajmi ha la sua principale base operativa in Kuwait dove, grazie a controlli finanziari sostanzialmente assenti, può incanalare e distribuire i fondi raccolti in tutto il Golfo a favore delle milizie jihadiste. Insomma, quello che gli Emirati stavano pagando a peso d’oro non era tanto l’esposizione delle malefatte del Qatar, quanto la messa in ombra delle loro.

Quello a cui assistiamo oggi è quindi solo l’ultima puntata di una saga che continua da anni. E anche questo episodio si può spiegare partendo da una somma di denaro: un miliardo di dollari. Questa sarebbe infatti la cifra complessiva pagata dal Qatar durante l’operazione di scambio di prigionieri probabilmente più lucrativa della guerra in Siria. Tutto ha inizio nel gennaio del 2016 quando un gruppo di 26 cittadini qatarini si trova in una battuta di caccia col falco al confine tra Arabia Saudita e Iraq. Alcuni di loro sono membri della famiglia reale. Vengono rapiti da alcune milizie irachene vicine all’Iran e rimangono in cattività per 16 mesi, quando vengono liberati all’interno di un elaborato scambio di prigionieri. La negoziazione dura così a lungo perché il governo qatarino e quello iraniano hanno bisogno di una copertura politica che si presenta nell’aprile del 2017. Ufficialmente l’intensa attività diplomatica viene presentata come una operazione umanitaria. L’Iran, secondo molte fonti tenendo all’oscuro il governo di Assad (a dimostrazione della ridotta sovranità del regime siriano di fronte ai suoi alleati internazionali), negozia un vero e proprio “scambio” di popolazione tra due villaggi: due nel nord, Foah e Kafryaya, assediati dall’opposizione e a maggioranza sciita, e due nel sud, Zabadani e Madaya, controllati dall’opposizione e assediati dalle milizie fedeli al regime (ma soprattutto all’Iran). Sotto questa copertura “diplomatica” avviene anche lo scambio di prigionieri. Le forze che assediano Foah e Kafryaya, afferenti soprattutto all’ex Al-Nusra, rilasciano anche alcune centinaia di membri delle milizie sciite (soprattutto iracheni) mandate dall’Iran a combattere in Siria e catturati nei mesi precedenti; le milizie sciite irachene rilasciano simultaneamente i membri della sfortunata spedizione di caccia col falco. Ma l’Iran non si accontenta dei prigionieri. Circa 700 milioni di dollari vengono chiesti al Qatar per pagare sia gli ufficiali iraniani sia le milizie irachene che avevano concretamente rapito la spedizione. Altri 300 vengono invece pagati dal Qatar alle milizie siriane che custodivano i prigionieri sciiti liberati nello scambio, soprattutto Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham.

Un miliardo di dollari quindi, ripartito tra Iran, milizie sciite e gruppi jihadisti siriani. L’operazione non è affatto piaciuta a sauditi ed emiratini e insieme all’apparente via libera americano sembra essere stata la molla che ha fatto partire l’ultima drammatica offensiva diplomatica. Una offensiva che è soprattutto, come sempre nel Golfo, una storia di denaro, guerre per procura, e verità malcelate.

@Ibn_Trovarelli

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