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Le donne dell’Intifada dei coltelli

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Cugina di Abdelhamid Abaaoud, la mente delle stragi di Parigi, Hasna Aitboulahcen, 26 anni, è stata la prima donna kamikaze ad essersi fatta esplodere in Europa. E sono sempre di più le ragazze che decidono di combattere la jihad palestinese con attacchi contro i cittadini israeliani ed ebrei.

 

«Non è un elemento di novità. Usare le donne per gli attentanti è sempre stato funzionale al terrorismo, in particolar modo quello palestinese, che cerca di far leva sulle anime occidentali sempre pronte a difendere donne e bambini». A parlare è Anat Berko, tenente colonnello in pensione dell’esercito israeliano ed esperta di terrorismo, autrice di numerose ricerche sul tema e del testo The Smarter Bomb: Women and Children as Suicide Bomber. Nata da profughi in fuga dall’Iraq, la dottoressa Berko è entrata alla Knesset nello scorso marzo, eletta fra le fila del Likud del premier Netanyahu. Nelle recenti settimane, durante le quali l’intifada dei coltelli è tornata a colpire nelle strade di Israele, Berko si è distinta all’assemblea di Gerusalemme per un emendamento, approvato in prima lettura, alla Youth Law che prevede l’inasprimento delle pene per i minori condannati per terrorismo. Secondo la proposta di Berko, nata dallo sconvolgente impiego dei minori da parte di Hamas ma anche dello Stato Islamico, i giovani di età superiore ai 12 anni potranno essere messi in strutture dedicate, per poi essere trasferiti al compimento del quattordicesimo anno nelle prigoini israeliane.

Non solo adolescenti, ma anche ragazze: è questo a caratterizzare l’Intifada dei coltelli. Gli attentanti compiuti da donne rappresentano infatti per i palestinesi occasioni uniche per strumentalizzare e martirizzare le combattenti, facendole passare come le innocenti vittime degli ebrei e degli israeliani. Come accaduto per le due diciottenni duranti i primi giorni dell’Intifada dei coltelli alla Porta dei Leoni e alla stazione degli autobus di Afula. O per la sedicenne che il 17 ottobre ha cercato di accoltellare una poliziotta israeliana a West Bank trovando lei stessa la morte. Come accadde tredici anni fa per la ventiduenne Reem Riyashi, madre di due bambini, che si fece esplodere al Valico di Erez portando con sé nell’aldilà quattro israeliani. Ma «emancipazione e femminismo non c’entrano nulla» sostiene la parlamentare Berko. «È solo un’altra forma di uso e di abuso sulle donne ad opera dei leader della società patriarcale palestinese. Non cercano di essere accettate come pari. Anzi, le giovani che compiono attacchi terroristici lanciano una sfida agli uomini, li spingono a pensare che se può farlo una donna, un uomo può e deve farlo meglio».

Come Berko analizza anche nel suo libro The path to the paradise, le donne che compiono attentati sono ritenute peccatrici dalla società patriarcale palestinese. Questo vale soprattutto per le attentatrici suicide che, oltre a svolgere ruoli riservati agli uomini, tradiscono i loro doveri prestabiliti, il primo dei quali è sposarsi e avere figli. I due sessi si distinguono per il fatto che le donne compiono prevalentemente un solo attacco, mentre la maggior parte degli uomini ha una vera e propria carriera nel terrorismo che dura per tutta la loro vita. Ma le donne si ritrovano poi davanti ad un finale tragico in cui l’aspettativa di riscatto sociale si rivela pura illusione, nata sulle ali del rispetto artificioso del tempo in cui erano combattenti.

Nel considerare le ragioni dell’impiego di donne nell’Intifada ci sono anche l’aspetto strategico e l’utilizzo di internet da considerare. Le donne, infatti, hanno maggior facilità a nascondere le armi. «Basti pensare alla morte di Rajiv Gandhi, ucciso da un’attentatrice che si fingeva incinta ma nascondeva sotto le vesti una cintura esplosiva – sottolinea Berko. L’impiego delle ragazze è quindi tattica, non semplice coincidenza». Inoltre, le chat online rappresentano un nuovo fattore che spinge all’utilizzo delle donne nell’Intifada 2.0: mezzi funzionali alla causa in quanto offrono la possibilità di adescare la vittima sul web. Come nel caso del liceale israeliano Ofir Rahum ucciso nel 2001. La parlamentare israeliana Anat Berko invita a diffidare dalle giovani palestinesi che, anche sulle chat, possono trarre in inganno per il loro aspetto molto occidentalizzato. Donne che a volte rifiutano il velo per sfoggiare la loro femminilità anche nella quotidianità. Ma «negli anni Settanta nessuna donna palestinese indossava il hijab, neanche a Gaza» sottolinea Berko. Nonostante i valori di devozione, disciplina e sacrificio che il velo incarna fossero già forti nell’animo delle attiviste palestinesi.

Quella nata dagli scontri che fine settembre funestano Israele è una sollevazione a forti tinte rosa. Un’Intifada 2.0, degli smartphone e dei social media, dei singoli organizzati e della leadership palestinese nell’ombra, oltre che dei sassi e dei coltelli. Un’Intifada delle nuove generazioni che tramite i social network si allontanano dal controllo degli anziani ma che allo stesso tempi e attraverso questi mezzi alimentano l’antisionismo e organizzano le proteste in cui si brandiscono coltelli e bruciano bandiere israeliane. Ma è anche la sollevazione delle giovani donne che stanno fianco a fianco con i loro compagni pronte a rendersi utili alla causa raccogliendo e lanciando sassi, soccorrendo i feriti e lanciandosi in attacchi individuali. Non è l’Intifada dei poveri, dei rifugiati: le ragazze come i ragazzi protagonisti di questa nuova rivolta vivono infatti una vita agiata, sono istruiti, hanno un lavoro fisso; e come il diciannovenne Fadi Alloun, che nella Città vecchia di Gerusalemme ha accoltellato un ebreo quindicenne, appaiono curatissimi e alla moda sui loro social e frequentano i centri commerciali israeliani alla ricerca di capi firmati.

@GabrieleCarrer

 

 

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