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L’emergenza coronavirus blocca anche i soldati italiani

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Chi è in licenza non può tornare in missione, dall’estero non si può tornare in Italia. Per ottenere luce verde i nostri militari dovranno essere sottoposti a tamponi ed eventualmente quarantene

Un membro dell’esercito italiano che indossa una maschera protettiva verifica il permesso di un conducente di entrare nelle aree protette a pochi chilometri dalla cittadina di Castiglione d’Adda, 27 febbraio 2020. REUTERS/Yara Nardi

La missione Nato in Kosovo KFOR ha rischiato di rimanere priva del suo comandante, il generale degli alpini Michele Risi, per un periodo di tempo non prevedibile. Tutta colpa dell’emergenza COVID-19 e di una direttiva del Coi (Comando operativo interforze) guidato dal generale Luciano Portolano che si sta applicando a tutto il personale delle quattro Forze armate (Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri) sia in Italia che all’estero. Che testualmente recita: “Si dispone il blocco dell’invio e il rientro dai teatri operativi di tutto il personale fino a nuovo ordine”.

Ebbene, martedì scorso 25 febbraio il generale Risi era atteso in Parlamento per una audizione presso le Commissioni congiunte Esteri e Difesa di Camera e Senato relativa alla situazione politica in Kosovo e più in generale nei Balcani occidentali. Il generale Risi, lunedì sera, era già con un piede sull’aereo che da Skopje lo avrebbe portato a Roma quando i suoi collaboratori lo hanno informato che se fosse atterrato dopo poco più di un’ora in Italia sarebbe di fatto entrato nel protocollo che si applica a tutti i militari in missione (tamponi, quarantene e altro) con tempi assai incerti e non certo rapidissimi per il suo rientro a Pristina dove ha la responsabilità di guidare una missione internazionale della Nato cui partecipano 28 Paesi con oltre 3mila tra militari e civili di molti Paesi.

Una missione che ormai da anni è guidata da militari italiani e che l’anno scorso ha celebrato i venti anni di attività. La KFOR entrò infatti in Kosovo il 12 giugno 1999 su mandato delle Nazioni Unite, due giorni dopo l’adozione, da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu della Risoluzione 1244. Si trattava di proteggere la popolazione civile e far fronte a una grave crisi umanitaria con un milione di profughi e scontri quotidiani tra le forze serbe e l’esercito di liberazione del Kosovo Uck. Nonostante il nuovo quadro politico, la presenza della missione resta ancora necessaria per garantire la sicurezza e la stabilità in Kosovo.

Ma se Risi ha dovuto cancellare la sua audizione in Parlamento per non lasciare vuota una poltrona così importante per il ruolo dell’Italia negli organismi internazionali alcuni collaboratori civili e militari del generale erano già partiti e per tornare a Pristina nella mission area dovranno ora sottoporsi nelle prossime ore, all’aeroporto di Pratica di mare, ai controlli sanitari. Nella stessa situazione si trovano, secondo alcune valutazioni dello Stato Maggiore della Difesa, circa 500 militari (ossia circa il 10% del totale dei nostri militari impiegati all’estero) che si trovavano in Italia per un periodo di licenza presso i familiari nella settimana di Carnevale e che ora dovranno sottoporsi ai controlli prima di rientrare ai reparti. Al momento, secondo le direttive della Difesa, saranno limitati al minimo indispensabile i movimenti in ambito nazionale e da e per i teatri operativi. Eventuale personale che dovrà essere impiegato in missione, “sarà sottoposto a capillare controllo sanitario in linea con il Dl del 23 febbraio 2020 Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza da COVID-19”.

La direttiva contiene le precauzioni che i militari italiani dovranno adottare nel pieno dell’emergenza coronavirus ma c’è un dettaglio che riguarda le missioni: “Chi è in licenza non può tornare in missione. E dall’estero non si può partire verso l’Italia”. Una misura che rischia di bloccare in Italia a tempo indefinito i militari di contingenti in 30 teatri operativi a cominciare da Kosovo, Libano, Iraq, Afghanistan, Kuwait (con il rischio non escluso di perdere temporaneamente l’indennità di missione) mentre potrebbero essere sospese le licenze dall’estero in Italia. Per ottenere luce verde bisognerà attendere l’attivazione delle “procedure di screening per l’invio/rientro”. Prima di far rientrare i soldati o prima di concedere altre licenze tutti dovranno sottoporsi al tampone faringeo ed eventualmente alla quarantena. E anche nelle basi all’estero potrebbero venire allestite analoghe strutture per chi deve rientrare in patria.

Il Ministero della Difesa conferma comunque il suo impegno nell’emergenza coronavirus con misure che prevedono l’impiego di circa 500 uomini delle Forze Armate che operano in supporto alla popolazione. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, il Generale Enzo Vecciarelli, ha identificato proprio il Comando di Vertice Interforze (Coi – Difesa) di Centocelle quale referente unico per la gestione dell’emergenza sanitaria in sinergia con tutte le Forze Armate e in coordinamento con il Dipartimento della Protezione civile, Ministero Affari Esteri e della Salute. È sempre il Coi che sta monitorando la situazione dei militari italiani in tutte le missioni e operazioni nazionali e internazionali, “impartendo, a tutela del personale, specifiche misure precauzionali”.

Dal primo momento le Forze Armate sono state impegnate per il rientro dei connazionali da Wuhan, con voli dell’Aeronautica Militare, anche in Alto Bio-Contenimento per lo studente 17enne di Grado e successivamente per il rimpatrio degli italiani che si trovavano sulla nave Diamond Princess nella baia di Fukuyama. Generato anche un dispositivo interforze di accoglimento e sorveglianza sanitaria, che ha permesso una gestione sicura dei cittadini e controllo del loro stato di salute. Operazioni condotte in coordinamento con l’Ospedale Spallanzani, con gli specialisti del Ministero della Salute, il Policlinico militare Celio e le strutture dell’Aeronautica Militare. La successiva permanenza in osservazione è stata garantita presso il Centro Olimpico dell’Esercito della Cecchignola che ha ospitato prima i 52 connazionali rientrati da Wuhan e successivamente i 19 rientrati dal Giappone. Il Coi ha implementato una Sala Operativa (h 24, 7 su 7) dedicata all’Emergenza che ha coordinato tutti i trasferimenti dei connazionali dall’estero e attualmente gestisce e condivide le informazioni di interesse con gli altri dicasteri.

@pelosigerardo

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