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Libano, convivenza miracolosa

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Un variegato mosaico politico e interconfessionale, in precario equilibrio istituzionale, rende il Libano un’eccezione tra i Paesi a maggioranza musulmana

BEIRUT – Il Libano è una Repubblica parlamentare multi confessionale ad assetto consociativo, in cui ogni comunità religiosa ha le sue regole e almeno un partito confessionale a tutelarne gli interessi in Parlamento, in un’arena sempre esposta ai giochi a somma zero. È tuttavia sbagliato leggere le dinamiche politiche libanesi solo con le lenti del settarismo – la politicizzazione delle differenze religiose -, perché questo non spiega né perché esistano esempi di cooperazione inter comunitaria né perché esistano divisioni intra comunitarie, cioè all’interno delle comunità.

Dall’assassinio dell’ex Primo Ministro Rafiq Hariri nel 2005, l’arena politica libanese si è divisa anzitutto su linee geopolitiche: da una parte il blocco dei partiti filo siriani – l’alleanza “8 marzo” – e dall’altra quello dei partiti anti-siriani – l’alleanza “14 marzo”. Nel primo gruppo ci sono: i partiti sciiti Hezbollah e Amal, il primo partito cristiano maronita del Paese, cioè la Corrente Patriottica Libera (Fpm) del Capo di Stato Michel Aoun, il Partito comunista, il Partito democratico druso e un altro partito cristiano filo-siriano, il Marada di Frangieh, più altri partiti minori.

Nel secondo gruppo ci sono invece: il partito Futuro – fondato dall’ex premier sunnita Rafiq Hariri e guidato oggi da suo figlio Saad, attuale premier -, a forte maggioranza sunnita ma certamente il meno “confessionale” tra i partiti, i partiti della destra nazionalista cristiana dei Falangisti (Kataeb), legati alla famiglia Gemayel, le Forze Libanesi di Samir Geagea, e il Partito socialista progressista druso di Walid Jumblatt.

Già prima della guerra civile si formavano alleanze inter comunitarie, riflesso di divisioni intra comunitarie: nel 1958, una coalizione cristiano-sunnita si formò per contrastare la rielezione di Camille Chamoun alla presidenza della Repubblica; negli anni ’80, in pieno conflitto, fu la volta delle milizie cristiano-maronite di Elie Hobeika, che formarono alleanze con i musulmani per indebolire i loro competitor maroniti, mentre i drusi erano dall’inizio del conflitto alleati dei palestinesi in funzione anti-maronita. La divisione odierna dell’area libanese in due “blocchi geopolitici” è utile soprattutto a capire le divisioni intra comunitarie, che si sommano alle tensioni latenti tra comunità.

I sunniti costituiscono l’unica comunità quasi integralmente radicata nelle città (Sidone e Tripoli in particolare). I leader politici sunniti hanno due caratteristiche: sono quasi sempre esponenti della borghesia imprenditoriale e tendono – in primis Hariri – a presentarsi come leader nazionali più che comunitari, evitando la retorica religiosa. Un paradosso, se si pensa che lo sponsor di Hariri è l’Arabia Saudita, e Hezbollah lo accusa di farne gli interessi. La preminenza di Hariri nel campo sunnita è tutt’altro che al sicuro, e non solo per la drastica diminuzione dei seggi alle ultime elezioni.

A Beirut e a Tripoli, in particolare, Hariri rischia di veder progressivamente erosa la sua popolarità: nella capitale ciò potrebbe avvenire a vantaggio del magnate Fouad Makhzoumi. A Tripoli, invece, la competizione intra-sunnita è ancora più serrata, e bidirezionale: se l’ex Ministro Faisal Karami e l’ex premier Najib Mikati (entrambi considerati accomodanti con Hezbollah) minacciano la preminenza di Hariri criticando la sua scarsa capacità politica, il generale Ashraf Rifi, ex Ministro della Giustizia, è considerato il “campione” dell’ostilità a Hezbollah, e accusa Hariri di essere troppo tenero rispetto alla formazione sciita. Soprattutto da quando, nel 2016, un accordo con il Fpm (e con Hezbollah) ha permesso a Hariri di diventare premier, in cambio dell’appoggio alla presidenza di Aoun.

Il campo cristiano maronita è il più diviso. La frattura più evidente è sulle linee geopolitiche di cui sopra, nel 2006 il Fpm ha firmato un’intesa con Hezbollah, di cui è ancora alleato, generando indignazione soprattutto negli altri due partiti della destra cristiana: le Forze libanesi di Samir Geagea e i Falangisti della famiglia Gemayel, che ritengono Hezbollah uno strumento nelle mani dell’Iran e dunque Fpm un partito “orientato” dalla formazione sciita.

La guerra in Siria ha esacerbato queste posizioni: il Fpm ha difeso, assieme al Marada, l’intervento di Hezbollah in Siria, ritenendolo un antidoto all’invasione jihadista del Libano; al contrario i Falangisti, sposando la linea del partito Futuro di Hariri, considerano l’intervento di Hezbollah in Siria illegittimo e pericoloso, perché rischia di provocare spill-over in Libano.

Due scuole di pensiero animano il campo cristiano: la prima ritiene che i cristiani libanesi debbano far parte di una coalizione regionale che raggruppi tutte le minoranze, a prescindere dal credo religioso e dall’etnia. Il Libano viene concepito come un rifugio per le minoranze regionali, tra cui quella cristiana. Si tratta di una posizione attribuita al Presidente Aoun, che anche per questo motivo si è alleato con Hezbollah anziché con gli arabi sunniti, nell’idea di diventare il partito di riferimento della comunità cristiana in un eventuale Libano “cantonizzato”.

La seconda scuola di pensiero deriva dall’accettazione degli accordi di Ta’if del 1989, nei quali tra le altre cose si ribadisce l’identità araba del Libano. Ne consegue l’abbandono dell’eccezionalismo maronita, per una piena collaborazione con la comunità musulmana libanese e con il mondo arabo in generale (a maggioranza sunnita). Non è un caso che le Forze Libanesi coltivino a loro volta, in funzione anti-Hezbollah, rapporti con l’Arabia Saudita.

Se il Fpm dell’ex generale Aoun alla sua nascita perseguiva uno Stato forte e laico, oggi, sotto la guida del genero del Presidente, Gebran Bassil, mira a capitalizzare le pulsioni identitarie e i timori dei cristiani, sposando la retorica della minoranza in pericolo, non tanto per i rapporti numerici coi musulmani ma per la graduale secolarizzazione della comunità cristiana. In questo senso va letta la dura offensiva contro il gruppo rock (vicino al mondo Lgbtq) Mashrou Leila, accusato di blasfemia.

La competizione cristiana potrebbe vivere una resa dei conti nel 2022, anno in cui si dovrà eleggere un nuovo capo di Stato (che per la Costituzione deve essere cristiano maronita). In corsa ci saranno verosimilmente lo stesso Bassil, Samir Geagea e Suleiman Frangieh. L’elezione, a oggi improbabile, del secondo, potrebbe produrre stravolgimenti, col possibile cambio di paradigma rispetto al ruolo di Hezbollah.

Il campo sciita è il più coeso, anche se meno di quel che appare. I due partiti sciiti “cugini”, Hezbollah e Amal, fanno parte dello stesso blocco parlamentare e dell’alleanza filo-siriana. Amal usa la vicinanza a Hezbollah per alimentare la narrativa della propria organicità alla “resistenza” contro Israele, tema sensibile soprattutto presso la comunità sciita meridionale; Hezbollah usa Amal – e in particolare il suo leader, Nabih Berri, anche Speaker del Parlamento – per curare in modo discreto le relazioni con gli altri partiti,  con i paesi arabi e con l’Europa, visto che i parlamentari di Amal, a differenza di quelli di Hezbollah, non sono soggetti a sanzioni internazionali.

Dietro le apparenze, però, esistono dei livelli di tensione: se la vecchia guardia di Hezbollah non perdona ad Amal l’immobilismo (per alcuni complicità) di fronte all’invasione israeliana del Libano, la vecchia guardia di Amal considera ancora Hezbollah come una propria “emanazione” (Amal è nato alcuni anni prima), forte del fatto che molti leader di Hezbollah – come il segretario Hassan Nasrallah – erano suoi membri.

A sua volta Hezbollah, coinvolto nella guerra in Siria, rimprovera ad Amal il mancato invio di uomini a sostegno di Assad. Nonostante gli storici legami con Damasco, e pur ritenendo Assad un alleato, Nabih Berri non considera infatti il collasso del regime baathista come una minaccia per gli sciiti in Libano. Una posizione agli antipodi rispetto a Hezbollah, che ha invece basato il suo intervento in Siria su questo assunto. Il tacito quanto fragile accordo tra i due partiti fa sì che Amal si dedichi più alla tutela degli interessi della comunità sciita in Libano, ed Hezbollah si concentri sugli equilibri regionali, oltre a essere di fatto delegato all’uso della forza nel caso di conflitto con Israele nel sud. Le cose potrebbero cambiare anche in modo repentino, ad esempio in caso di morte dello stesso Berri (81 anni, privo di un successore credibile), che durante le ultime elezioni presidenziali del 2016 sosteneva come Capo di Stato Suleiman Frangieh, mentre Hezbollah appoggiava Michel Aoun.

@ForlaniLorenzo

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di novembre/dicembre di eastwest.

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