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Libano: una democrazia in coma


In uno scenario sempre più critico, l’ex premier Hariri è disponibile a un nuovo mandato e a nuove riforme. Ma i libanesi non credono più nei miracoli

Lorenzo Forlani Lorenzo Forlani
[BEIRUT] Giornalista free lance, si occupa di Medio Oriente e Nord Africa per diverse testate. Dal 2016 risiede in Libano.

In uno scenario sempre più critico, l’ex premier Hariri è disponibile a un nuovo mandato e a nuove riforme. Ma i libanesi non credono più nei miracoli

Il sito dell’incendio scoppiato nell’area portuale di Beirut, Libano, 10 settembre 2020. REUTERS/Mohamed Azakir

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di novembre/dicembre di eastwest.

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In condizioni normali basterebbero i dati sulla pandemia, e la sua emblematica marginalità nella scala delle preoccupazioni dei libanesi, per disegnare i tratti del dramma. In Libano – esteso come l’Abruzzo, 6 milioni di abitanti – si viaggia ormai da più di un mese sui 1500 nuovi positivi al Covid-19 al giorno, per un totale di più di 60mila casi: un ritmo al quale non sembra lontano il giorno in cui il coronavirus sarà entrato nel corpo di una persona su trenta. In condizioni normali sarebbe folle non disporre un lockdown totale ma di normale, qui, è rimasto ben poco, tanto da far sembrare la pandemia un’emergenza secondaria, gestibile con l’attenzione personale e blande misure. Non c’è più spazio per ulteriori ansie, che rimbalzano sul muro della disperazione.

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