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RETROSCENA

Libano: ritratto di un Paese che non esiste più

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In Libano le proteste contro l’establishment sono segno della stanchezza di un popolo che non ha più nulla da perdere e di un Paese che si sta sgretolando

Un manifestante seduto per strada durante le proteste innescate dall’esplosione nel porto di Beirut, Libano, 11 agosto 2020. REUTERS/Thaier al-Sudani

BEIRUT – Oltre a sventrare una porzione della capitale del Libano, l’esplosione del 4 agosto nel porto di Beirut ha stimolato la ripresa delle proteste contro l’establishment, in modo ancor più veemente rispetto agli ultimi mesi del 2019, prima di un temporaneo raffreddamento dei moti, dovuto alla pandemia da Covid-19. I libanesi scesi in piazza a partire dal 6 agosto, con le ferite ancora fresche e i lutti ancora vivi, lo hanno fatto con un rinnovato furore che sembra rappresentare bene il salto cognitivo compiuto nei confronti della classe politica: fino a pochi giorni prima percepita come corrotta, inefficiente, inaffidabile, anacronistica, mentre dal 4 agosto divenuta agli occhi della piazza minacciosa, imprevedibile, concretamente pericolosa, in grado di porre minacce all’incolumità fisica della società libanese. Nel frattempo, il Parlamento ha approvato l’estensione dello stato d’emergenza, per cui l’Esercito – anch’esso colpito dalla crisi e poi dall’esplosione – pattuglierà le strade almeno fino al 21 agosto.

Perché si protesta

La detonazione ha spostato l’asticella e aumentato il numero di persone che ritengono di non aver più nulla da perdere. Si spiegano così, forse, gli aspetti scenografici nuovi di una protesta che ha quasi un anno: la ormai totale assenza di remore e timori nella elargizione di ingiurie verso qualunque leader politico; le occupazioni temporanee di alcuni Ministeri – sgomberati dall’Esercito -, i riferimenti, figurati ma emblematici, alla richiesta di impiccagione per i responsabili del disastro e più in generale per i responsabili del tracollo libanese nel corso degli ultimi 30 anni.

“O noi, o voi”, “ci avete fatto esplodere, vivremo per uccidervi”, si legge sui muri del centro della capitale. Non è la spia che la protesta sta diventando estremista, al contrario sono le parole sanguinanti di una piazza che ha sempre cercato di mantenersi pacifica, poiché consapevole di combattere non contro una autocrazia piramidale o dinastica ma contro un sistema di potere diffuso e formalmente democratico; contro una élite politico economica che ha stabilito col suo elettorato dei solidi e sistematici rapporti clientelari; in un certo senso contro un’egemonia culturale, una mentalità, un brodo in cui tutti i libanesi sono in qualche modo immersi e in cui vedono sguazzare anche amici e familiari. In un certo senso, una battaglia anche contro se stessi, la cui posta in gioco ultima è un contratto sociale per un Libano meno diseguale, meno settario, più trasparente e più sovrano.

Che cosa vuole, dove vuole andare il Libano, e soprattutto da dove parte? Una delle poche costanti dell’eterogeneo e acefalo movimento di protesta nato il 17 ottobre 2019 è il superamento delle logiche tipiche del “consociativismo confessionale”, in base al quale vengono ripartite cariche pubbliche e istituzionali su base comunitaria, per assicurare la rappresentanza di tutte le confessioni. Chi scende in piazza oggi rivendica laicamente la sua nazionalità libanese, e non più (non solo) l’appartenenza confessionale a uno dei 18 riti riconosciuti (che in Libano è scritta sui documenti di identità). Per questo motivo – a parte la richiesta di uno Stato efficiente e di una vera lotta alla corruzione, tra le più alte al mondo – ritiene il sistema istituzionale della ta’ifiyya anacronistico, oltre che un moltiplicatore di sperequazioni sociali e settarismo.

Corruzione e settarismo

L’aspetto paradossale è che storicamente la ta’ifiyyai cui equilibri sono stati ulteriormente corretti dagli Accordi di Taif del 1989, ricalibrando la spartizione di seggi e cariche in modo più equo, rispondente al mutamento demografico che ha visto crescere la comunità musulmana – condanna e tutela il Libano allo stesso tempo, configurando un trade off permanente tra stabilità dei rapporti interconfessionali, pluralismo da una parte ed efficienza, fiducia nelle istituzioni, trasparenza dall’altra.

È il destino dei Paesi multietnici o multi confessionali, e nei quali le stesse identità abbiano un peso rilevante nella percezione dei suoi cittadini: assicurare la piena rappresentanza a tutti, in proporzione al peso della stessa comunità, col rischio però di dar luogo a fenomeni clientelari (se un posto, per legge, va assegnato ad un cristiano, il merito passerà in secondo piano, poiché si esclude a priori un musulmano più competente), corruzione e inefficienza cronica; oppure perseguire un sistema più meritocratico, potenzialmente più efficiente, col rischio di turbare gli equilibri sociali, e generando malumori nelle comunità sottorappresentate.

L’esplosione di Beirut sembra epitomizzare, sancire in modo plastico una realtà ormai auto evidente: la disfunzionalità cronica degli apparati decisionali dello Stato e il fallimento di una intera generazione politica emersa dalla guerra civile (1975-1990), che ha utilizzato il Paese come un bancomat clonato e che vedrà entro fine anno il 60% dei cittadini vivere sotto la soglia di povertà.  In Libano, secondo le Nazioni Unite, l’1% della popolazione detiene il 25% della ricchezza, e il 20% dei depositi bancari complessivi, nel 2017, era concentrato in circa 1600 conti correnti (circa lo 0,1% del totale dei conti correnti).

Un Paese in stallo

La lira libanese ha perso l’80% del suo valore, a marzo è stato dichiarato il default tecnico a causa del mancato pagamento di un Eurobond (in seguito al quale sono iniziate le complesse trattative col Fmi), la classe media è scomparsa nel giro di pochi mesi, assieme ai suoi risparmi bancari denominati in lire, la disoccupazione ha superato il 30% – con picchi del 60% in città come Tripoli -, l’iperinflazione prolungata ha indotto il professor Steve Hanke a collocare il Libano sul podio dei Paesi oggetto delle più gravi dinamiche inflattive (181% su base annua), dietro al Venezuela e allo Zimbabwe. Sin dai tempi della guerra civile non esiste una rete elettrica efficiente: lo Stato riesce a soddisfare circa il 65% della domanda di corrente elettrica e il resto viene colmato attraverso il lucroso business dei generatori alimentati a gasolio – controllato da alcune personalità vicine ai partiti confessionali -, che non tutti possono permettersi e che recentemente sono divenuti ancor più costosi, per via di un aumento del prezzo del carburante legato al declino della lira. La Electricité du Liban (EDL) perde due miliardi all’anno ed è finanziata in deficit, in un Paese che ha già il terzo debito più alto al mondo. Oggi i blackout programmati vanno dalle sei ore al giorno (in aree limitate della capitale) in su, con picchi di ventuno ore senza corrente statale, soprattutto negli emarginati governatorati del nord (Akkar in particolare) e del sud.

In un certo senso, per via della sua origine coloniale (prima governatorato dell’impero ottomano, poi “separato” dalla Siria dai francesi), si potrebbe sostenere che il Libano non esiste, che è un’idea, un insieme di comunità distinte che si dividono un territorio, coltivando un senso di appartenenza comunitaria, spesso alimentato anche dal legame con Paesi stranieri. Ciò è dovuto anche al fatto che dopo la guerra civile non c’è stato un vero processo di riconciliazione nazionale tra comunità, nessuna nozione di perdono reciproco: si è, in un certo senso, semplicemente “rientrati nei ranghi”, facendo sedimentare memorie del conflitto selettive, parziali, antagoniste.

La propaganda nelle università

Gaby Jammal, ex combattente della guerra civile che oggi si dedica alla sensibilizzazione dei giovani, si dice amareggiato del fatto di aver riscontrato il maggior livello di ostilità settaria non tanto tra giovani delle classi più vulnerabili ma nelle università, dove i giovani sono sì istruiti ma anche influenzati dalla propaganda che i partiti confessionali veicolano all’interno degli atenei, per reclutare elettori o membri. Anche perché i libri di scuola, in Libano, si fermano al 1943: il tema della guerra civile è lasciato ai racconti famigliari o ai libri di partito, per definizione poco obiettivi. Un aspetto che si riflette nel fatto che nonostante i moti di protesta in corso, alle ultime elezioni parlamentari del 2018 le liste legate alla società civile abbiano ottenuto un seggio in totale, nonostante il malcontento fosse già marcato. Segno che i timori settari (soprattutto nel Libano rurale), il rodato clientelismo e la sfiducia verso l’ignoto erano ancora in grado di esercitare la loro influenza, ed è difficile che in così poco tempo non lo siano più.

Un sistema elettorale laico, in cui non vi siano più le clausole che, ad esempio, stabiliscono vi sia un Capo di Stato cristiano, un capo del Parlamento sciita e un Primo Ministro sunnita, ma che al contrario si possa eleggere chiunque per qualunque carica, può facilmente tradursi in un sistema ancor più diseguale e potenzialmente autoritario, se si continua a votare secondo logiche confessionali, attribuendo la propria preferenza sulla base della comune appartenenza anziché del merito. Non è forse un caso che ad oggi l’unico partito libanese che si è detto più volte disponibile a un sistema elettorale “laico”, con il proporzionale puro in un collegio unico (anziché la complessa e schizofrenica suddivisione amministrativa attuale), sia Hezbollah, in grado di rappresentare gran parte della comunità sciita, cioè la più numerosa.

Quella di Jammal è forse una visione pessimistica – perché è sempre negli atenei che è emersa una coscienza laica in questi anni -, che racconta solo una parte delle nuove generazioni libanesi ma che aiuta a comprendere come la questione si riduca a questo: capire se l’ondata di anti-confessionalismo emersa con le proteste iniziate a ottobre racconti una parte maggioritaria del Paese o meno. E quale forza, quali margini abbia quella parte per rafforzare le proprie posizioni, influenzare il proprio ambiente familiare e costruire un contratto sociale – e un sistema elettorale – laico. Nel quale la preponderanza sull’appartenenza alla propria comunità sia marginale a tal punto da non innescare potenziali “dittature di minoranza”.

@ForlaniLorenzo

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