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Libertà di espressione nell’era 2.0

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Dall’Ungheria è arrivata una grande lezione di democrazia. La libertà di espressione sul web messa in discussione dal potere politico con una tassa sul traffico internet ha scatenato la protesta facendo riversare nelle strade di Budapest migliaia di manifestanti.

Thousands of Hungarians march across the Elisabeth Bridge during a protest against new tax on Internet data transfers, in centre of Budapest October 28, 2014. About 100,000 Hungarians rallied on Tuesday night to protest at a planned tax on data traffic and the broader course of Prime Minister Viktor Orban's government they saw as undermining democracy and relations with European Union peers. Picture taken October 28, 2014. REUTERS/Laszlo Balogh

Un’opposizione dura contro il controllo della rete che negli ultimi vent’anni ha sempre più garantito la libera circolazione delle idee.

Un provvedimento impopolare, quello paventato dal primo ministro ungherese Viktor Orban, che avrebbe stravolto la ragione stessa della rete, la sua accessibilità. Una tassa annunciata ma poi ritirata, perché in un sol colpo ha avuto il potere di mobilitare decine di migliaia di cittadini; di unificare opposizioni, normalmente frammentate e divise; di mettere in luce la debolezza di Orban e del suo partito Fidesz, nonostante i due terzi dei seggi in Parlamento.

La libera circolazione delle idee si gioca su un delicato sistema di equilibri tra alcuni diritti fondamentali: libertà di espressione, privacy e sicurezza. Mettendo in connessione, secondo gli ultimi dati ISOC, più di tre miliardi di persone, internet costringe a ripensare continuamente i confini di questo equilibrio.

I politici, non solo nei regimi autoritari, sono consapevoli del ruolo centrale del web e rispondono spesso con misure restrittive. Molti esperti parlano di una crescente balcanizzazione di internet, una parcellizzazione della rete a livello nazionale che in assenza di strumenti di tutela adeguati può facilitare la manipolazione dell’opinione pubblica. Tale frammentazione è anche una delle basi per mettere in discussione la cosiddetta “neutralità della rete”, con l’obiettivo commerciale di differenziare già a livello tecnologico la qualità della distribuzione dei contenuti in funzione di chi ne è titolare.

Nell’ultimo anno, secondo l’organizzazione non governativa Freedom House, 41 Paesi hanno promulgato leggi volte a limitare la libera espressione e circolazione dell’informazione su internet. E, sempre tra il maggio 2013 e il maggio 2014, l’arco di tempo analizzato dall’ultimo rapporto “Freedom on the Net”, in 31 dei 65 Paesi monitorati si sono verificati arresti conseguenti alla diffusione di idee politiche attraverso la rete. Decine di giornalisti hanno subito attacchi mentre coprivano la guerra in Siria o i movimenti di protesta antigovernativi in Egitto, Turchia e Ucraina.

Protesters shout slogans, hold banners and wave flags as they demonstrate against new controls on the Internet approved by Turkish parliament this week in Ankara February 8, 2014. The new powers, once approved by the president, will let authorities block web pages within hours, in what the opposition has said is part of a government bid to stifle a corruption scandal. The signs read "We won't become silent. Change the government not the DNS". REUTERS/Umit Bektas

Le strategie con cui i governi attuano il proprio controllo su internet sono sempre più sofisticate. In Cina, per esempio, tutte le opinioni oline sono costantemente monitorate grazie all’utilizzo di tecnologie semantiche. La censura scatta però quando il traffico generato da un contenuto sgradito diventa rilevante.

In molti Paesi le rivelazioni di Edward Snowden sul controllo sistematico da parte dell’NSA ai danni di milioni di individui hanno fornito una  giustificazione per intensificare in modo incostituzionale la sorveglianza dell’intelligence sui cittadini.

In qualche caso, come in Germania, dove internet raggiunge l’84% della popolazione e la libertà di espressione si attesta comunque su livelli elevati, è emerso che anche il BND (Bundesnachrichtendienst), i servizi segreti tedeschi, effettuavano da tempo controlli lesivi della privacy degli individui. Grazie a Snowden è anche apparso più chiaramente come la natura multipolare della rete favorisca nativamente i Paesi anglosassoni.

Nel Centro ed Est Europa suscitano forte allarme le leggi restrittive della libertà di internet volute da Vladimir Putin in Russia. Un primo provvedimento approvato nel dicembre 2013 prevede l’iscrizione a una lista nera federale per i siti che diffondono idee politiche estremiste, ovvero per molti siti di opposizione, o d’informazione indipendente che hanno coperto la guerra non guerreggiata con l’Ucraina. Nell’ultimo anno la Procura Generale russa ha chiuso 85 siti giudicati estremisti. Un ulteriore giro di vite è rappresentato dalla legge approvata dalla Duma nel maggio 2014, che obbliga blogger e possessori di account sui social media, spesso già minacciati anche fisicamente, a registrarsi all’autorità per le telecomunicazioni, perdendo quindi la loro anonimità. Infine, a partire dall’estate scorsa, un insieme di provvedimenti legislativi prevede che i dati personali degli utenti russi di internet siano conservati su server collocati nel territorio della Federazione, di fatto costringendo società come Google o Facebook a installare data center locali per continuare a operare nel Paese. 

In Ucraina, malgrado le restrizioni imposte dall’allora presidente Viktor Yanukovych nel gennaio 2014, la rete è stata cruciale nello sviluppo del movimento di protesta Euromaidan. Per mesi, la protesta ha utilizzato i social media e il web per organizzarsi, per contrastare le azioni repressive delle truppe speciali governative, per far circolare, grazie a un uso sapiente delle tecnologie, in tempo reale e su scala planetaria, notizie su quanto accadeva nel Paese. Tuttavia, la recente costituzione del Ministero dell’Informazione rischia di riportare l’Ucraina indietro rispetto a Euromaidan.

In ogni modo, attentare alla libertà di espressione su internet è sintomo della profonda vulnerabilità del potere politico, come dimostra la clamorosa chiusura di Twitter e You Tube in Turchia imposta il 30 marzo 2014 dal premier Recep Tayyip Erdogan per arginare le proteste e mettere un bavaglio all’opposizione in occasione delle elezioni. Etichettato da Erdogan come la “peggior minaccia per la società”, Twitter consente di far emergere scandali e corruzione, formare l’opinione pubblica e costruire le basi per un futuro di consapevolezza. Le reazioni alle restrizioni avvenute in Centro ed Est Europa negli ultimi mesi e nelle ultime settimane dimostrano che sempre più individui sanno usare le tecnologie dell’informazione e, se necessario, possono metterle al servizio di una non sopita domanda di democrazia.

 

 

 

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