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RETROSCENA

Libia, la guerra nascosta

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Una guerra civile diventata regionale: la Libia si avvia a diventare presto una nuova Siria. Haftar e Serraj e i loro rispettivi, confusi, burattinai

È trascorso quasi un anno da quando in Libia la milizia del generale in pensione Khalifa Haftar ha iniziato il suo assedio a Tripoli. Per mesi le parti sono rimaste sostanzialmente in stallo, con Haftar che provava a bombardare le milizie che difendono Tripoli. E la coalizione che difende il Presidente Fayez Serraj impegnata a proteggere la città. Lo scopo dichiarato di Haftar era entrare nella capitale, per portare al collasso il “Governo di accordo nazionale”. Gli assediati, ovvero il debole esercito ufficiale libico ma soprattutto le potenti milizie di Tripoli, impegnati a difendere la città e i centri del potere tripolino.

Durante il 2019 la battaglia militare e quella politica si sono evolute in maniera anche molto decisa. Ma l’opinione pubblica, gli osservatori distratti della crisi libica hanno come l’idea che tutto sia un continuum, senza nessuna vera evoluzione, senza cambiamenti. Uno stallo fastidioso, che quindi può essere tranquillamente trascurato.

Non è assolutamente così: nella sua apparente ripetitività, la guerra civile di Libia è cambiata di settimana in settimana. E oggi è qualcosa di profondamente diverso. E più pericoloso.

Partiamo da una domanda che per lungo tempo molti si sono posti: come è possibile che non si siano schierate più massicciamente in battaglia le potenti milizie di Misurata, il nucleo fondante di “Bunian al Marsus”? Perché la potente coalizione che sconfisse l’Isis e lo scacciò da Sirte nell’estate del 2016 non è impegnata al 100%?

E come è possibile che gli Stati che appoggiarono pesantemente quell’offensiva anti-terrorista (Stati Uniti in testa) non siano stati così decisi nel respingere l’assalto a Tripoli e a quelle stesse milizie che combattono il terrorismo jihadista in Libia?

Non c’è una risposta chiara, ci sono mille interpretazioni. La mobilitazione parziale della città di Misurata potrebbe essere dovuta a due fattori. Innanzitutto, la necessità di preservare le forze, gli armamenti e anche i finanziamenti necessari a condurre una nuova guerra. La lunga battaglia di Sirte è costata almeno 2.000 morti a Misurata e alcune migliaia di feriti. Misurata combatterà al 100% soltanto quando gli attacchi saranno portati direttamente alla città, ai suoi interessi diretti.

Ma un secondo livello di interpretazione è quello delle differenze fra il Governo di Tripoli e le varie milizie di Misurata (a loro volta divise al loro interno). Durante le lunghe fasi di quest’ultima guerra civile di Libia più volte, quando Haftar sembrava in difficoltà, molti avevano previsto un regolamento di conti fra le milizie di Misurata e il Governo di Tripoli. Uno scontro della città guerriera con le altre milizie tripoline a cui Serraj è costretto ad appoggiarsi. Tutto questo rende quindi la coalizione che difende Tripoli e combatte Haftar molto incerta: è la minaccia comune di Haftar a tenerli uniti. Il giorno stesso in cui Haftar dovesse scomparire, lo scontro probabilmente si aprirebbe fra le fazioni di Misurata e quelle di Tripoli, e all’interno degli stessi due campi, che non sono affatto omogenei.

Dal 4 aprile in poi, dal giorno in cui Haftar iniziò a cannoneggiare la periferia di Tripoli, la terza guerra civile di Libia ha cambiato volto. La “terminologia” libica considera “prima” guerra civile la rivolta che nel 2011 portò alla rimozione e all’uccisione di Muhammar Gheddafi. La “seconda” è invece quella del 2014, quando una serie di milizie islamiste di fatto presero il potere a Tripoli, costrinsero il Parlamento a rifugiarsi all’est e in qualche modo posero le premesse per la comparsa in Libia del generale Haftar.

L’ex compagno d’armi di Muhammar Gheddafi, catturato in Ciad nel 1987 durante l’offensiva libica che i ciadiani fermarono con l’aiuto di francesi e americani, fu “acquisito” dalla Cia e per 30 anni ha vissuto negli Stati Uniti. Nel 2011 decise di rientrare in Libia per conquistarsi un ruolo, cosa che è riuscito a fare proprio dal 2014, quando ha preso in mano la bandiera della lotta contro le formazioni islamiste.

Nei mesi, Haftar è riuscito a prendere il controllo di Tobruk, Bengasi e delle principali aree della Cirenaica. Per mesi ha attaccato, devastandoli, i quartieri islamisti di Bengasi ed è riuscito a conquistare anche il controllo di Derna, che era stata controllata da forze islamiste fra loro rivali (l’Isis contro la “shura” dei mujahiddin della città).

Avendo completato le sue battaglie nell’est, durante tutto il 2018 Haftar si è dedicato a una progressione verso sud. In questo è stato appoggiato militarmente in maniera molto aperta non solo dall’Egitto e dagli Emirati, ma anche dalla Francia. La manovra verso sud e poi verso ovest è servita ad Haftar a fare quello che ha fatto il 3 aprile: annunciare l’assalto a Tripoli per liberarla dai “terroristi”.

Nelle prime settimane di guerra Haftar è riuscito ad arrivare fino alla periferia della città, avendo consolidato due basi molto importanti per la sua avanzata. Innanzitutto, la città di Tarhuna, a sud-est, dove ha trovato l’alleanza con la milizia dei due potenti fratelli Kani. Poi invece, più vicino a Tripoli, la cittadina di Gharyan, in direzione sud, dopo Al Aziziya.

Alla fine di giugno 2019 la riconquista di Gharyan da parte del Governo di Tripoli ha tolto ad Haftar un’importante base logistica per sostenere l’assalto alla capitale. Per settimane si è parlato di un piano per l’assalto di Tripoli anche a Tarhuna, un attacco che non si è mai materializzato. E anzi da luglio in poi, progressivamente, Haftar ha ricevuto quel sostegno logistico-militare che gli ha permesso di arrivare nell’autunno 2019 in una posizione di forza consolidata.

Già da metà aprile Haftar aveva avuto droni e supporto aereo innanzitutto dagli Emirati Arabi Uniti; con aerei senza pilota cinesi, da aeroporti nell’est ma anche nell’ovest della Libia gli Emiratini erano capaci di colpire le truppe di Tripoli e la stessa periferia della città.

Da metà maggio, Tripoli ha risposto schierando droni di fabbricazione turca, manovrati prevedibilmente da personale militare turco fatto arrivare in Libia. Nel frattempo, nella regione della capitale i bombardamenti aerei venivano messi a segno direttamente da caccia F-16 emiratini e forse anche egiziani, confermando l’altissimo livello del coinvolgimento militare degli alleati di Haftar.

Per mesi, nonostante tutto questo, Haftar è riuscito a fare pochi progressi. Con i finanziamenti sauditi ed emiratini, il generale della Cirenaica è riuscito ad ovviare a un problema notevole, la mancanza di soldati “a terra”. La sua milizia ha arruolato mercenari sudanesi e ciadiani, che sono stati la sua carne da cannone al fronte di Tripoli.

Da ottobre però l’equilibrio militare e anche politico è tornato a muoversi a favore del generale in pensione. Sono comparsi sulla scena nuovi personaggi misteriosi, che nessuno ancora ha visto ma che hanno lasciato il segno della loro azione militare. Sono i mercenari russi della “Wagner”, la compagnia privata guidata dal Evgenij Prigozhin, un uomo molto vicino al Presidente russo Vladimir Putin. I “contractor” della Wagner hanno coordinato meglio le azioni militari della milizia di Haftar, i bombardamenti, gli attacchi terrestri. Ma soprattutto hanno rafforzato il sistema di comando e controllo dei droni e hanno schierato i sistemi anti aerei che in 2 giorni a novembre hanno abbattuto un drone italiano e uno americano.

Schierati nell’area di Tripoli a settembre, da metà novembre, secondo molte fonti, i Russi (che sono poi anche Bielorussi, Ucraini e di altre nazionalità ex Urss) erano arrivati addirittura a 1000 unità. Un vero cambio nell’equilibrio militare della guerra civile. Ma da novembre è stata chiara una cosa: l’obiettivo di Haftar non è soltanto militare, ma soprattutto politico. La sua operazione militare non necessariamente punta alla conquista di Tripoli, ma a condurre azioni (come bombardamenti di Ministeri, dell’aeroporto cittadino di Mitiga) che portino alla destabilizzazione e al crollo politico del Governo Serraj.

L’abbattimento del drone italiano non ha provocato una reazione adeguata del Governo di Roma. Nonostante la milizia di Haftar abbia rivendicato il colpo, sbeffeggiando come al solito l’Italia, il Governo Conte ha provato a nascondere la questione, attendendo i risultati di una “commissione di inchiesta” istituita dalla Difesa. Ma l’abbattimento del drone americano ha provocato una reazione furiosa degli americani, che chiedono conto dell’operazione militare. Il problema è che ancora a dicembre gli Stati Uniti erano divisi sul come affrontare il tema Haftar. Mentre Pentagono e Dipartimento di Stato vedono il generale della Cirenaica come una testa di legno degli Egiziani e soprattutto dei Russi, la presidenza (e Donald Trump in persona) considera Haftar un protetto del Presidente egiziano Sisi, quello che Trump chiama “il mio dittatore preferito”.

In mancanza di una chiara reazione americana, il vuoto è stato colmato dalla Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Il Presidente turco ha accelerato i tempi, ha firmato un accordo con il Gna che gli permetterà di schierare soldati in Libia a richiesta di Serraj. In questo modo il coinvolgimento diretto, sul terreno, di eserciti stranieri in Libia sarà sempre più evidente e concreto. La Libia ha già tutte le potenzialità per diventare una nuova Siria. Giusto di fronte alle coste della Sicilia.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di gennaio/febbraio di eastwest.

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