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ITALIA CHIAMA EUROPA

I sovranisti all’assalto di Bruxelles

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Una contraddizione in termini: chi vuole ritornare agli Stati nazionali, perché dovrebbe entrare nel Parlamento Europeo? Con quale programma? Vi spieghiamo perché il blocco sovranista non sfonderà il 24 maggio

Mi servirò, per questa prima parte del mio editoriale, del ragionamento che Mario Draghi ha sviluppato lo scorso febbraio all’Università di Bologna, con un discorso che un giorno definiremo una pietra miliare della didattica sulle prospettive dell’Unione. Ne citerò ampi stralci.

Noi cittadini europei, funestati da 10 anni di gravissima crisi economica e finanziaria, abbiamo progressivamente attenuato la nostra percezione dei benefici dell’integrazione ed esaltato i costi, associati ad un’apparente perdita di sovranità nazionale. In realtà- ci ricorda Draghi – “l’Unione Europea restituisce (e non sottrae) ai suoi Paesi la sovranità nazionale che avrebbero oggi altrimenti perso.” 

Questo è un punto fondamentale, che ha costituito il fulcro del diverbio emerso nel corso di un mia video-intervista con Steve Bannon, che ha cercato inutilmente di convincermi che il futuro di noi europei starebbe solo nel riappropriarci delle nostre rispettive sovranità nazionali. Difficile per lui giustificare la contemporanea esaltazione di America first, claim trumpiano dei federalissimi Stati Uniti d’America

Bisogna stare attenti – continua Draghi – “a non confondere indipendenza con sovranità: quest’ultima si manifesta nella capacità di offrire la migliore risposta ai bisogni fondamentali dei cittadini. Ma la possibilità di agire in maniera indipendente non garantisce la sovranità, com’è il caso di quei Paesi che sono totalmente al di fuori dell’economia globale: sono indipendenti ma certo non sovrani, dovendo ad esempio spesso contare finanche sull’aiuto alimentare che proviene dall’esterno, per nutrire i propri cittadini. La globalizzazione aumenta la vulnerabilità dei singoli paesi i quali, per essere sovrani, devono cooperare, ancor più se appartenenti all’Unione Europea.”

E allora, i leader sovranisti europei non dovrebbero nemmeno tentare di compattarsi in una sola famiglia politica, perché le contraddizioni logiche che ci ha presentato in modo chiarissimo il Presidente della Banca Centrale Europea risulterebbero evidenti e insanabili. Sta già accadendo. Analizziamo i tentativi pre-elettorali.

A parte la vaga critica all’Europa dei tecnocrati e dei poteri forti, i sovranisti europei sono stati spesso in disaccordo: Salvini ha incontrato Marine Le Pen da sola, ma poi lei, alla prima convention dell’Europa del Buonsenso, non è andata (impegno irrinunciabile). Forse perché i colleghi nordici non la amano per niente. Orbàn nemmeno si è visto, i polacchi pochi e cauti.

Le tre sotto-famiglie sovraniste – Europa delle nazioni e delle libertà (Lega salviniana e Raggruppamento nazionale lepenista), Europa delle libertà e della democrazia diretta (Alternativa per la Germania e 5 Stelle), Conservatori e riformisti (Fratelli d’Italia post-fascisti, i polacchi di Diritto e giustizia, il Partito popolare danese e i Veri Finlandesi) – si guardano con sospetto: sui temi economici e sociali, per esempio, sarà difficile trovino convergenze, visto che il DNA dei singoli partiti è proprio la difesa degli interessi nazionali, con i nordici certo non teneri sui conti italiani e sulle ricette populiste del governo gialloverde.

La co-leader di Afd, Alice Weidel, ha più volte dichiarato che la Germania non intende pagare i debiti del Belpaese. Lo stesso concetto è stato espresso dai finlandesi di Finns. 

Poi c’è la questione migranti, che divide i Paesi di prima accoglienza da quelli del nord. “Non vogliamo ridistribuire i migranti, ma controllare le frontiere”, risponde secco il vice-premier italiano a chi gli ricorda che, anche grazie ai suoi amici, ci teniamo il regolamento di Dublino sul diritto d’asilo così com’è. Niente più distribuzione dei migranti quindi, anche se l’equa ripartizione dei richiedenti asilo tra tutti i paesi dell’Ue era nel contratto di Governo. La battaglia condotta dall’Italia contro l’Unione Europea poco solidale va a farsi benedire, perché gli alleati di Salvini sono gli ultimi a voler rispondere alle richieste di aiuto dei Paesi di prima accoglienza.

Poi c’è Putin a spaccare i sovranisti, tanto che il Ministro dell’Interno italiano, per non spaventare gli alleati finlandesi e i polacchi del PIs, ha dovuto ribadire alla convention di Milano di aprile che le attuali alleanze non sono in discussione e che la sua posizione contro le sanzioni europee alla Russia è solo un’opinione personale.

Quindi, come i sovranisti potranno produrre quelle riforme che ci regaleranno “l’Europa dei popoli, liberi di vivere la propria identità”, non è chiaro, perché le ricette comuni al momento sono poche, a parte la paura dell’invasore, declinata in varie sfumature più o meno estreme. 

È una novità anche che di EXIT non si parli più, ma proprio più. Il 23 giugno del 2016, giorno dello storico referendum nel Regno Unito, Salvini twittava esultante: “Evviva il coraggio dei liberi cittadini! Cuore, testa e orgoglio battono bugie, minacce e ricatti. Grazie UK, adesso tocca a noi”. Peccato che, tre anni dopo, il Regno Unito si ritrovi in un caos politico e istituzionale senza precedenti e con alcuni indicatori economici inevitabilmente traballanti. La vera Brexit è arrivata con il suo carico drammatico e chi stappava champagne, adesso riflette. L’avvicinarsi delle elezioni ha accelerato la normalizzazione in senso europeo di tutti i sovranisti: l’Europa va cambiata, ma in effetti uscire non conviene, soprattutto visto che, da partiti di lotta antisistema, alcuni di loro sono diventati partiti di Governo.

Dunque si va avanti con l’Europa e con l’euro (l’ultimo sondaggio riporta addirittura il 75% dei cittadini europei a favore dell’euro). Anche i riottosi di Visegrad, a cui i fondi strutturali che arrivano da Bruxelles fanno troppa gola per pensare di fare da soli, non lo mettono in discussione.

Il gruppetto sovranista invero non ha ancora definito nemmeno le competenze da sottrarre al controllo di Bruxelles, da riportare in seno agli Stati nazionali: appare evidente che il manifesto sovranista è in alto mare e i nodi da sciogliere parecchi. Forse, in sintesi, può essere riassunto con le parole di Anders Vistisen del Partito Popolare danese, compagno di squadra di Salvini, che, dopo l’incontro di Milano, ha dichiarato “Se non credete in questo progetto, vinceranno i nostri oppositori dell’Euroburocrazia. E metteranno a rischio le nostre identità nazionali”. 

Speriamo che Vistisen riesca a leggere e capire il discorso di Draghi a Bologna, che spiega la differenza tra indipendenza e sovranità, fornendo esempi convincenti sul valore del processo di integrazione:

“L’Unione Europea produce il 16,5% del prodotto mondiale, secondo solo alla Cina: il che dà a tutti i Paesi europei un mercato interno di grandi dimensioni in cui riparare, in caso di crisi commerciali nel resto del mondo. Inoltre, il fatto che l’euro sia la seconda moneta più utilizzata negli scambi internazionali contribuisce a isolare l’economia dell’area dell’euro dalla volatilità del tasso di cambio.”

Il 23 maggio, scegliamo i nostri rappresentanti al Parlamento Europeo tra coloro che sappiano almeno capire queste parole, che possano quindi condurci verso un sistema di governance efficiente e utile a garantirci crescita e una più equa distribuzione, soprattutto attraverso la capacità di gestire le crisi periodiche, in particolare, i cosiddetti shock asimmetrici, che sono quelli più pericolosi per la tenuta dei livelli di reddito delle classi medie e meno abbienti.

@GiuScognamiglio

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di maggio/giugno di eastwest.

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