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Mediterraneo: minaccia o futuro dell’economia globale?

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Nella visione di Enrico Mattei, il Mediterraneo era considerato lo sbocco naturale della politica estera italiana. Eppure, a distanza di 50 anni, quell’area continua ad essere considerata non un asset, ma un problema: instabilità politica, espansione del fondamentalismo islamico, flussi senza fine di migranti.

Una percezione che stride con certi dati, come quelli presentati recentemente a Roma, in occasione del primo “Strategic Growth Forum”, organizzato da Ernst & Young.
La società di consulenza ha realizzato un’indagine sul bacino del Mediterraneo, secondo un’accezione larga della regione, fino al Vicino Oriente e ai Paesi del Golfo, che di quell’area rappresentano l’estensione. La ricerca ha preso in esame 27 Stati (Albania, Algeria, Bahrein, Bosnia Erzegovina, Croazia, Cipro, Egitto, Francia, Grecia, Israele, Italia, Giordania, Kuwait, Libano, Libia, Malta, Montenegro, Marocco, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Slovenia, Spagna, Siria, Tunisia, Turchia edEmirati Arabi Uniti).
Bene, nel 2013 la regione ha raccolto 85 miliardi di euro di investimenti stranieri, più della Cina, per fare un parallelo. Dal 2009 al 2013, invece, ci sono stati 17.110 progetti di investimenti diretti esteri: quelli definiti “greenfield” – che portano cioè alla creazione in loco di nuovi impianti e nuove imprese – sono stati il 65 per cento, le operazioni di fusione e acquisizione il restante 35.
Non è un caso che, secondo la ricerca BaroMed2015, fatta coinvolgendo 156 dirigenti di venti Paesi del mondo, l’area mediterranea viene considerata più attrattiva dell’Europa, del resto dell’Africa e della stessa Asia. I motivi della fiducia degli investitori sono soprattutto la crescita demografica – popolazioni giovani, dunque – e la progressiva urbanizzazione. Secondo lo studio del Forum,  quella zona, che adesso conta il quindici per cento del Pil mondiale, raggiungerà i 750 milioni di abitanti nel 2040 (oggi, invece, il 7,1 per cento della popolazione mondiale vive in questa macro-regione), e la domanda di beni di consumo e servizi crescerà in maniera vertiginosa.
La ricerca segnala sia i settori dalle grande potenzialità, sia gli ostacoli alla piena realizzazione degli obiettivi economici. Le opportunità maggiori, riguardo agli investimenti greenfield, si trovano nel campo dei servizi alle imprese (15,4 per cento), dell’industria digitale (10,8 per cento) e dei servizi finanziari (10,6 per cento). Se, invece, lo scopo è quello di fare acquisizioni, i settori più interessanti sono quelli delle telecomunicazioni, dei media e delle nuove tecnologie (17,3 per cento), della vendita al dettaglio(15,4 per cento) e dell’energia (11,7 per cento). Il fatto che diciotto dei cento porti più trafficati del mondo – e otto dei primi trenta aeroporti – si trovino nell’area, viene considerato un fattore di primaria importanza.

Non mancano, però, le barriere. La mancanza di stabilità politica, accentuatasi dopo le primavere arabe. Gli eccessi della burocrazia statale, e la conseguente assenza di trasparenza in questo campo. L’arretratezza delle infrastrutture interne, sia fisiche – strade, ponti, etc.  – che digitali. L’insufficienza degli strumenti finanziari a disposizione, soprattutto per le piccole e medie imprese.
Infrastrutture e reti di telecomunicazione sono, in questo momento, sia un limite allo sviluppo che una possibilità di investimento. In questo processo l’Italia ha un ruolo fondamentale, in primo luogo per la sua posizione geografica, considerata giustamente strategica, al centro dei flussi di traffico. L’invito della Ernst & Young, quindi, è quello di guardare al Mediterraneo allargato non come ad una minaccia, ma come ad un’opportunità. Visto che l’export è considerato il traino della ripresa, sarebbe un errore grave ignorare un mondo dalle grandi potenzialità e un mercato fondamentale per beni e servizi.

@vannuccidavide

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