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Meghexit è peggio di Brexit

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Se la Meghexit rende nervosi, la Brexit rende iperattivi. Nel mirino di Johnson ci sono, oltre a Europa, Usa, Cina, Medio Oriente, anche Africa e le ex colonie britanniche

L’understatement di cui i britannici si professano paladini è forse l’unica arma che sta salvando la nazione da un’isteria collettiva provocata da due uscite, quella dall’Europa e quella di Harry e Meghan. Del resto, un Paese che ha nel suo nome un aggettivo qualificativo che evoca lo stare insieme, non può che vivere con una certa ansia le due uscite di natura centripeta quali sono evidentemente Brexit e Meghexit.

Vediamo dunque di capire come un regno che ha combattuto per secoli per la sua unità provi oggi a fronteggiare queste sortite potenzialmente disgreganti. Diciamolo subito: Harry e Meghan sono politicamente e costituzionalmente irrilevanti. Harry, sesto in linea di successione al trono, di fatto non ha alcuna chance di salire sullo scranno più alto. Figuriamoci Meghan. La loro richiesta di uscire dalla prima linea (e dai doveri) della Royal Family potrebbe dunque essere derubricata al desiderio di una giovane coppia di farsi la propria vita. Ma non è così semplice.

Ancora una volta il problema sta nell’aggettivo qualificativo. Un tempo questa era una monarchia, di quelle tradizionali. Poi negli anni ’60 proprio Elisabetta II, per stare al passo coi tempi, la trasformò in famiglia reale: di fatto un’azienda, con le sue lotte di potere e le sue regole di comunicazione e di marketing. Classicamente gattopardiana, questa scelta ha mantenuto i Windsor saldamente al comando del loro regno, con benefici notevoli anche per il Paese. Tutto bene dunque. Si certo, fin qui il bilancio può considerarsi più che positivo. Ma le paure non sono poche. Ed è questo che turba molti sonni britannici. La spettacolarizzazione del brand Windsor negli anni ne ha garantito stabilità e potere, ma ha indubbiamente fiaccato la componente ieratica e istituzionale della monarchia.

L’azienda della famiglia più importante del Paese vive e si nutre di consenso mediatico. Un consenso che proprio perché è di imprinting pubblicitario è per definizione fragile e deperibile. Come sanno tanto i Windsor quanto i loro sudditi, gli unici rischi che il casato ha corso in tempi recenti è stato quando la stampa gli si è rivoltata contro. La vita e la morte di Lady Diana sono l’emblema di questo rapporto bifronte che lega mass media e regnanti. E allora, in questa prospettiva, l’uscita di Harry può essere una minaccia. Cosa farà il piccolo di Diana? Starà ancora nei ranghi attento alle forme e all’immagine, oppure, con i suoi dichiarati impegni umanitari getterà ombre e aumenterà le distanze tra i cittadini e gli inquilini di Buckingham Palace? E Meghan? A palazzo era seguita e controllata, ora dal Canada riprenderà la sua carriera d’attrice e di femminista militante? Oppure entrerà in politica? Cosa che più di un osservatore paventa. E ancora: i due fuoriusciti, con la loro disinvoltura e il loro attivismo, appanneranno la compassata coppia ufficiale William e Kate? Forse non succederà nulla di tutto questo e i due scappati di casa vivranno felici e tranquilli nel loro castello piccolino in Canadà. Forse sì, forse no.

A giudicare dal vociare dei tabloid e dalle veline che filtrano dai palazzi la tensione è alta, la guardia pure. E se Meghexit rende nervosi, la Brexit rende isterici e iperattivi. La prova più evidente di questa sindrome del fare, figlia della più antica sindrome dell’isolamento, la si registra in politica estera. Boris Johnson, tutto il suo Governo e la stessa Famiglia Reale si mostrano senza neanche troppo ritegno in preda a una mania da intesa. Non passa giorno che qualcuno non annunci la firma di un accordo internazionale, di un protocollo di collaborazione, di un patto bilaterale. Gli sforzi maggiori sono naturalmente rivolti all’Europa nel suo complesso, ma anche con singoli Stati, Francia e Germania in primis. L’obiettivo evidente di Londra è di ridurre al massimo la negatività dell’uscita dalla Comunità. Poi vengono gli Stati Uniti. Boris vuole incassare le promesse del suo amico Donald Trump, quindi è tutto uno spingere per migliorare gli scambi atlantici.

Nel mirino del Primo Ministro, naturalmente, ci sono anche Cina, Russia e i Paesi ricchi del Medio Oriente. I soldi stanno lì e Londra punta a diventare una piazza finanziaria ancora più attenta agli interessi dei principali potentati orientali. Ma non pensiate che l’iperattivismo post Brexit di Londra si fermi ai grandi nomi. Niente affatto. Si è appena concluso il “Uk – Africa Investment Summit“, vertice che ha portato a Londra i principali Capi di Stato del continente giovane. Tre giorni di lavoro – ai quali, oltre al Governo, hanno partecipato anche William e Kate – improntati alla concretezza che ha consentito la firma di tanti accordi bilaterali. Un evento francamente riuscito che dimostra come Londra sappia trattare forse meglio di tutti con gli emergenti. Infine la questione Commonwealth. Anche qui il Regno Unito punta a rafforzare le relazioni con le antiche colonie. Una partita complessa, dagli esiti non sempre scontati (ad esempio in India), dove Governo e monarchia dovranno essere molto incisivi. Più di un analista ricorda infatti che la copertura delle eventuali perdite derivanti dalla Brexit potrebbe arrivare proprio da uno sviluppo delle relazioni di business con le vecchie colonie.

@GuidoTalarico

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