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LA NOTIZIA DEL GIORNO

Huawei: guerra giudiziaria con HSBC

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La dirigente di Huawei, Meng Wanzhou, ha richiesto al Regno Unito di poter accedere ai documenti della banca londinese HSBC. La crisi diplomatica tra Cina e Canada non sembra finire

La dirigente di Huawei Meng Wanzhou arriva in tribunale a Vancouver, British Columbia, Canada, 7 dicembre 2020. REUTERS/Jennifer Gauthier

Meng Wanzhou, dirigente dell’azienda cinese di telecomunicazioni Huawei, ha richiesto all’Alta Corte di giustizia del Regno Unito di poter accedere ai documenti riservati di HSBC, banca britannica coinvolta nel caso del suo arresto, avvenuto a Vancouver nel 2018. L’intera vicenda – spesso indicata come “caso Huawei” – ha fatto precipitare i rapporti tra Canada e Cina, che ha reagito arrestando due cittadini canadesi.

Cosa c’entra HSBC con Meng Wanzhou, in breve

Meng Wanzhou è la direttrice finanziaria di Huawei nonché figlia del suo fondatore, Ren Zhengfei. È stata arrestata il 1° dicembre 2018 all’aeroporto di Vancouver, in Canada, su richiesta degli Stati Uniti, che la accusano di frode bancaria e di violazione delle sanzioni verso l’Iran. Washington ne ha richiesto l’estradizione; il processo è attualmente in corso in Canada e dovrebbe teoricamente concludersi entro il prossimo maggio.

Secondo gli Stati Uniti, più nello specifico, nel 2013 Meng avrebbe fornito – tramite una presentazione PowerPoint – informazioni false a HSBC sui legami tra Huawei e l’azienda hongkonghese Skycom, inducendo poi la banca a effettuare delle operazioni finanziarie in violazione delle sanzioni americane. Una serie di inchieste di Reuters hanno rivelato che Skycom non sarebbe semplicemente una partner di Huawei, ma una sua controllata di fatto, utilizzata per le operazioni in Iran.

Gli avvocati di Meng hanno chiesto alla corte di Londra di poter accedere ai documenti di HSBC in modo da verificare le effettive conoscenze della banca circa i rapporti tra Huawei e Skycom e accertare quindi se la donna abbia mentito o meno. Un portavoce di HSBC ha dichiarato che la richiesta è infondata perché la banca non è parte coinvolta né nel processo in Canada per l’estradizione, né nel procedimento penale negli Stati Uniti.

Politicizzazione e “diplomazia degli ostaggi”

Negli ultimi mesi le autorità cinesi hanno intensificato gli attacchi verso HSBC – la cui sede è a Londra ma le sue origini sono a Hong Kong, dove si concentrano anche i profitti –, accusandola di essere stata l’esecutrice materiale della volontà politica di Washington. Pechino sostiene cioè che la precedente amministrazione americana di Donald Trump stesse sfruttando la detenzione di Meng Wanzhou per finalità politiche: una cosa peraltro che lo stesso Trump sembrò confermare – indispettendo il Canada –, quando disse che sarebbe potuto intervenire nel caso se fosse stato d’aiuto al raggiungimento di un accordo commerciale con la Cina.

Il “caso Huawei” è stato in realtà molto politicizzato anche dalla Cina, che ha imposto restrizioni alle importazioni canadesi e ne ha arrestato due cittadini con l’accusa di spionaggio, Michael Kovrig e Michael Spavor: se ne parla come di un episodio di “diplomazia degli ostaggi”, che va avanti da oltre due anni. Il Primo Ministro Justin Trudeau si rifiuta di scambiare la liberazione di Meng con quelle di Kovrig e Spavor – un gesto che minerebbe l’indipendenza del potere giudiziario –, ma non vuole nemmeno arrivare allo scontro totale con Pechino per il timore di subire ritorsioni commerciali (o di altro tipo) peggiori.

Cosa vuole il Canada

Le relazioni diplomatiche tra Canada e Cina si trovano nel loro momento di crisi più grave dal 1970, anno del loro inizio formale.

La crisi apertasi con l’arresto di Meng è giunta in un momento nel quale Ottawa, per alleggerire la dipendenza da Washington – nettamente il primo socio commerciale –, guardava proprio a Pechino in cerca di opportunità economiche. Quella speranza, già di difficile realizzazione prima, per via delle precondizioni poste dalla Cina alla firma di un trattato di libero scambio, è oggi definitivamente tramontata.

Il Canada allora punta molto sulla ripresa della collaborazione con gli Stati Uniti dopo quattro anni difficili: oltre ad aver definito Trudeau un “disonesto” e un “debole”, Trump ha infatti chiesto la rinegoziazione del Nafta (l’accordo nordamericano di libero commercio, trasformatosi in Usmca) e imposto dazi sull’alluminio e l’acciaio canadesi.

Il nuovo Presidente Joe Biden è percepito da Ottawa come nettamente più vicino ai propri interessi, apprezzandone l’agenda – sul clima, sulla promozione della democrazia e sulla difesa dei diritti umani – e l’intenzione di ridare centralità alle alleanze storiche in politica estera. Molto meno apprezzata è invece il programma “Buy American” per incentivare l’acquisto di prodotti statunitensi: un potenziale danno economico per il Canada, che invia oltre il confine meridionale ben il 75% delle sue esportazioni. Non a caso, l’ambasciatrice canadese a Washington ha detto che l’amministrazione Biden è “un po’ più protezionista di come vorremmo”.

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L'AUTORE

Marco Dell'Aguzzo

Giornalista, scrive per eastwest, Il Sole 24 Ore e Aspenia. Si occupa di Messico e Nord America.
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