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MERCATI & POLITICA – Non uniti e non divisi

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È giunta l’ora di scegliere che tipo di Unione vogliamo per non venire superati dalle decisioni “di fatto”.

 

Il dibattito del 12 luglio scorso che ha portato al (3°) salvataggio della Grecia potrebbe aver innescato un processo che deciderà la futura struttura e durata dell’eurozona.

La questione sembrava riguardare solo la Grecia ma in ballo c’è molto altro. Due le questioni sul tavolo fondamentali e interconnesse: se si sta giungendo a un’unione fiscale “di fatto”, vale a dire trasferimenti fiscali senza una corrispondente unione politica o almeno un consenso sulle regole (cruciale per la Germania), e se l’eurozona sia “irreversibile”.

Per riassumere, l’unione monetaria fu il prezzo pagato dalla Germania per ottenere consenso alla riunificazione del 1990. Per alcuni, la Francia e il Regno Unito della Thatcher, la manovra era un modo per porre un limite al futuro potere di una Germania unificata, e la Germania acconsentì.

La Bundesbank, che fino ad allora dettava legge sulle politiche monetarie europee, venne rimpiazzata dalla BCE in cui ogni membro, da Malta con meno di mezzo milione di abitanti alla Germania con oltre 80 milioni, vota la politica monetaria europea. È indubbio che la Germania cedette potere monetario e gli altri l’acquisirono.

Sebbene scettica verso un’unione monetaria “a sé stante”, la Germania è sempre stata a favore di un’ampia integrazione europea. Ma mentre l’unione valutaria era un’iniziativa politica accettabile nel contesto dei cambiamenti storici in corso in Europa alla fine degli anni 80, i leader politici dell’epoca considerarono la sua gemella – l’integrazione fiscale – troppo complessa e laboriosa, o (sorprendentemente) poco importante a patto che tutti tenessero i propri conti fiscali in ordine.

Per evitare che questa “unione zoppa” portasse a un’unione fiscale ‘di fatto’, la disciplina fiscale è stata “blindata” introducendo limiti ai deficit fiscali nazionali (limiti invero arbitrari e di difficile applicazione).

Secondo la teoria economica, i trasferimenti fiscali all’interno di un’unione fiscale svolgono un ruolo cruciale nell’attutire eventuali shock asimmetrici. Se cala il prezzo del petrolio penalizzando l’economia texana, il sistema fiscale USA ne tampona gli effetti.

In realtà però, i trasferimenti all’interno delle unioni fiscali fanno molto di più. Si connotano più come sostegni da parte degli stati più ricchi a quelli più poveri. Negli USA, la stessa manciata di stati foraggia gli stati più poveri da decenni. E’ un flusso uni-direzionale che non si è mai invertito.

Questi trasferimenti sono accettabili ove vi sia unione politica ma nessuno può pretendere di ricevere trasferimenti fiscali permanenti da un paese straniero. Simili interventi richiedono una qualche forma d’integrazione politica.

Nel 2012, il governo tedesco propose proprio questo: un’unione politica e fiscale che affiancasse quella valutaria. Ma l’unione politica implica una perdita di sovranità nazionale, cosa che il governo francese (e non solo) rifiutò.

A gennaio la questione dei trasferimenti fiscali senza un consenso sulle regole (pallido sostituto dell’unione politica) è divenuta fondamentale. Anche se la Grecia ha già ricevuto più trasferimenti pro capite durante la crisi di qualsiasi altro stato all’interno di un sistema fiscale integrato (esclusi i trasferimenti dalla Germania Ovest a Est), il nuovo governo presieduto da Syriza ha cominciato a rimandare le riforme pretendendo allo stesso tempo ulteriori trasferimenti.

Di fronte al rifiuto dei suoi partner europei, il Primo Ministro greco ha indetto un referendum a luglio e ottenuto il mandato di continuare a opporsi alle riforme finanziando ulteriore debito mediante trasferimenti dal resto d’Europa. In un’arguta vignetta apparsa su Handelsblatt, si vede Tsipras che si punta una pistola alla tempia mentre dice “fuori i soldi o sparo”.

Il nodo filosofico che divide la Germania dalla Francia sulla questione dei trasferimenti fiscali da controbilanciare con riforme politiche è diventato una questione politica dirimente per i futuri assetti dell’Ue.

Nonostante non approvasse le tattiche politiche di Syriza, Parigi è corsa in suo aiuto. Ha contribuito a redigere una proposta di riforme accettabile, costringendo Tsipras a invertire la rotta a pochi giorni dalla sua vittoria e licenziare il controverso Ministro delle Finanze Varoufakis.

Ma la Germania aveva perso fiducia. In una breve risposta alla proposta franco-greca, il Ministro delle Finanze Schaeuble ha chiesto che beni greci per un valore di €50 bn venissero trasferiti presso un’agenzia lussemburghese (sotto controllo tedesco) per future privatizzazioni (collaterale) oppure, se la Grecia non acconsentiva a un radicale programma di riforme, doveva abbandonare l’eurozona per 5 anni.

Per i più, la richiesta che i greci consegnassero beni a un’agenzia controllata da tedeschi, non da europei, e pretendere una sua uscita a tempo dall’eurozona era troppo. Non è stato facile per la Cancelliera Merkel trovarsi insieme al Presidente Hollande, il Primo Ministro Tsipras e il Presidente del Consiglio Europeo Tusk la notte del 12 luglio.

Detto questo, in un contesto europeo più ampio, il dado è tratto. La possibilità che chi chiede trasferimenti fiscali senza concordare riforme sociali possa essere messo alla porta non è più un tabù. Al contempo, la Francia si è ritrovata politicamente isolata dopo aver dato credito a un governo strampalato come quello greco di oggi.

Tutto ciò lascia l’Europa con l’urgente bisogno di attuare il “Rapporto dei Cinque Presidenti” per la struttura futura dell’Europa. L’integrazione fiscale è sicuramente necessaria ma va coadiuvata da una corrispondente integrazione politica.

 

 

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