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Mercenari e golpisti tra Usa e Caraibi: il caso Moïse


Le indagini sull'uccisione del Presidente di Haiti si snodano oggi tra Porto Principe, Bogotá e Miami. Uno dei casi internazionali più complessi degli ultimi anni nei Caraibi

Federico Larsen Federico Larsen
[BUENOS AIRES] Giornalista e docente italo-argentino. Collabora con Limes, El Pais Digital, Il Manifesto e altri. È membro dell’Istituto di relazioni internazionali dell’Università Nazionale di La Plata.

Le indagini sull’uccisione del Presidente di Haiti si snodano oggi tra Porto Principe, Bogotá e Miami. Uno dei casi internazionali più complessi degli ultimi anni nei Caraibi

A poche ore dal ritrovamento del cadavere del Presidente haitiano Jovenel Moïse nella sua residenza di Porto Principe, sembrava a tutti naturale che i sospetti ricadessero sulle più di 150 gang attive nel Paese, legate a doppio filo a partiti, sindacati, polizia e aziende locali. Da mesi Moïse affrontava contestazioni molto serie, aveva denunciato tentativi di colpi di Stato e avvertito sulla possibilità di un attentato. La conferma dell’arresto di 18 mercenari colombiani accusati dell’omicidio però ha sorpreso tutto il continente. Gli attori coinvolti sono apparsi improvvisamente sotto i riflettori: mercenari, informatori, golpisti, lobbisti, che devono la loro fortuna e potere proprio all’anonimato in cui si muovono insospettati.

Le indagini

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