MIGRANTI

 

La governance è globale

La pressione migratoria euro-africana non è un’emergenza ma è strutturale. Il G5 subsahariano ha proposte da offrire per una governance multilaterale. La crisi iniziata nel settembre 2013 con il naufragio spettacolarizzato dai mass media nei pressi di Lampedusa ha segnato un punto critico del rapporto tra policies e politics in materia di governance nazionali e comunitarie dell’immigrazione. Verificare la crisi della democrazia rappresentativa attraverso le erratiche decisioni dei governi dovute a una ossessiva ricerca del consenso è drammatico, specie quando queste finiscono per toccare la vita e la morte. Si tratta di processi di perversione ciclica, che non casualmente avvengono in fase di contrazione economica e che trovano nel diverso, nello straniero, l'incarnazione delle proprie preoccupazioni e paure, così come dimostrato dai sondaggi Eurostat degli ultimi 3 anni. Non è un fenomeno né italiano, né europeo: l’estetizzazione della migrazione e di tutto ciò che può esservi connesso (sicurezza, concorrenza sleale sul lavoro, costi per lo stato, shock culturale) è il feticcio più forte e ricorrente della storia delle società umane. Sia sufficiente ricordare che negli Stati Uniti la risposta elettorale nelle elezioni presidenziali del 2016 ha avuto come simbolo quello di un muro, in una fase storica in cui il saldo migratorio federale è negativo. Guidati da meccanismi e preoccupazioni elettorali, i governi democratici dei paesi avanzati hanno dovuto re-immaginare e cimentarsi con tentativi di governance nuovi. Si prenda ad esempio l’innovazione in materia di accordi comunitari, con il crescente uso di “accordi” denominati Compact e la semplificazione, talvolta eccessiva, del concetto di “more for more” in materia di accordi di cooperazione con i paesi di origine e transito. Più risorse in cambio di maggiore incisività per le necessità dei paesi donatori. Quello che i latini avrebbero definito do ut des. Progetti di sviluppo in cambio di una maggiore efficacia e iniziative per il controllo dei flussi migratori. Gli ultimi 5 anni hanno avvicinato il punto di rottura di consuetudini radicate nel diritto internazionale. La confusione ingenerata intorno ai salvataggi in mare e alla condivisione della responsabilità sui soccorsi, al principio del safe harbour, alla messa in mora del non refoulement, sono ormai il visibile arretramento rispetto ai valori di quella che un tempo chiamavamo comunità internazionale. Gli stessi principi dell’Unione Europea, se si assume la gestione interna dei richiedenti asilo come strumento di lettura della realtà, mostrano ancora una volta quanto siamo politicamente e normativamente lontani da una vera federazione di Stati. Siamo troppo vicini ai fatti avvenuti per poter identificare esattamente l’attimo in cui i nostri valori sono diventati negoziabili. Eppure, nonostante questo, possiamo riconoscere un’accresciuta conoscenza del mondo e di quei fenomeni che ci aspettano fuori dai nostri confini. Prima e per tutte la consapevolezza che la crescente pressione migratoria non è un’emergenza, ma una caratteristica strutturale: si assuma anche solo la più rosea della previsione delle Nazioni Unite rispetto alla crescita demografica del continente africano, collegata agli effetti di medio periodo del cambiamento climatico, come è approfondito da Emanuele Confortin in questo numero di EastWest. Date le premesse e assunti i limiti − che oggi paiono incontrovertibili − della capacità di integrazione del continente europeo, è ora comunemente accettata l’idea che l’unica strada perseguibile è quella di una governance dei flussi demandata non più solamente ai paesi di origine ma sempre più ai cosiddetti paesi di transito. Nell’attuale contesto e con un’attenzione particolare alla prospettiva italiana, paesi di transito sono quelli attraverso i quali si sviluppa lo smuggling, il viaggio di contrabbando dei migranti dalle principali nazioni di origine (Nigeria, Mali, Eritrea, Sudan, Tunisia, Marocco, Senegal, Gambia), e che ha come destinazione il continente europeo. Inoltre, è utile ricordare che il principio del "Paese di primo arrivo" così come previsto dal regolamento di Dublino e l’irrigidimento nell’applicazione del regolamento Eurodac del 2014 − che impone la presa delle impronte digitali di tutti i migranti − creano un legame inscindibile tra il migrante e una nazione come l'Italia: un Paese che, anche se per le sue caratteristiche potrebbe essere considerato "di transito" e non una meta finale, si trasforma in un Paese di destinazione. Se ammettiamo, quindi, che per ragioni di consenso, non è possibile accrescere esponenzialmente le caratteristiche qualitative e quantitative del sistema di accoglienza nazionale ed europeo, diviene prioritario esternalizzare tutti i processi possibili nei paesi terzi, che hanno caratteristiche tali da essere interlocutori capaci e rispettosi dei diritti umani. Caso a sé, per forza della storia recente, è la Libia. Lo Stato libico guidato da Gheddafi era principalmente uno stato di destinazione dei flussi migratori interni al continente africano e solo dopo un paese di transito verso il continente europeo. Già sotto l’egida del Colonnello è possibile riconoscere come la capacità da parte di uno Stato di controllare le proprie frontiere a dispetto del riconoscimento del diritto internazionale si riveli uno straordinario strumento di pressione politica per i paesi di destinazione dei flussi. Kelly Greenhill ha, in un brillante saggio del 2010 Weapons of mass migration, sistematizzato la teoria legata a questa risorsa di pressione. Riconoscere questo aspetto significa anche ammettere che, nonostante tutto il realismo possibile e le buoni intenzioni, affidarsi ai paesi di transito “finali” non è e non sarà mai sufficiente o prudente per una progettualità di lungo periodo. Più promettente appare oggi, 3 anni dopo i primi accordi, la scelta di cooperazione tra Italia, Unione Europea e gli Stati del Sahel (Mauritania, Mali, Niger, Chad, Burkina Faso) riunitisi in un processo di regionalizzazione chiamato g5 Sahel. Questi paesi di transito hanno caratteristiche comuni, come essere in una fase di sviluppo economico ancora in divenire. Il Niger nel 2016 si è classificato come 187° su 188 paesi nell’United Nations Human Development Index. La sproporzione tra i bisogni di questi attori regionali e le disponibilità di investimento dei paesi europei è evidente e gioca a favore dei secondi. Sia utile al ragionamento tenere conto che il solo Niger, in base a quanto dichiarato dal Commissario per lo Sviluppo Neven Mimica dovrebbe ricevere un miliardo di euro tra il 2017 e il 2020 dall’Unione Europea. In cosa consiste questa strategia sui paesi terzi di transito? E perché quindi dovrebbe e potrebbe essere una chiave sufficiente equilibrata tra le necessità di realismo e il rispetto del diritto internazionale? Le prospettive di crescita economica, secondo il fondo monetario internazionale, del Niger si attesterà sui 5,1 punti di Pil per il 2018 dato più che necessario per chiedere maggiore resilienza nell’accoglienza dei migranti e dall’altro nella sostituzione del mercato nero delle migrazioni. La crescente stabilità politica condizione di partenza per non limitarsi ad annunciare accordi ma vederli sviluppati e completati, è oggi anche garantita dal Presidente Mahamadou Issoufou e dalla sua apertura nei confronti dei paesi occidentali. I paesi del g5 Sahel, così è stato chiamato il processo di regionalizzazione politica subsahariana, sono forse i migliori candidati per offrire una rinnovata governance multilaterale al fenomeno migratorio euro-africano e la lezione su come condividere le responsabilità viene da proprio dal Sahel e non più dall’Europa. Per abbonarti, visita la nostra pagina abbonamenti.