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LA NOTIZIA DEL GIORNO

Mike Pompeo in Israele per incontrare Netanyahu e Gantz

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Mike Pompeo ha incontrato Benjamin Netanyahu e Benny Gantz in Israele, solo per poche ore. Cosa c’era di così urgente da discutere di persona?

Mike Pompeo ha incontrato Netanyahu e Gantz in Israele

Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo incontra il leader del partito israeliano Blu e Bianco Benny Gantz a Gerusalemme, 13 maggio 2020. Sebastian Scheiner/Pool via REUTERS

Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha compiuto mercoledì una rapida visita in Israele – è durata appena qualche ora – per incontrare il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo avversario/alleato Benny Gantz. I due si alterneranno alla guida di un Governo di unità nazionale, che presterà giuramento domenica, mettendo così fine a un lungo periodo di stallo politico (con tre elezioni in un anno).

Quello di mercoledì è stato il primo viaggio all’estero di Pompeo in quasi due mesi, compiuto peraltro in piena pandemia da coronavirus. Il New York Times si è allora chiesto: che cosa c’era di così urgente da discutere se il principale diplomatico americano ha dovuto recarsi di persona in Israele invece di alzare semplicemente il telefono?

L’annessione della Cisgiordania

Tante cose, in realtà. A cominciare dalla promessa di Netanyahu di annettere in fretta le colonie israeliane in Cisgiordania (in inglese chiamata West Bank, “sponda occidentale”), un territorio rivendicato dai palestinesi. In un’intervista al quotidiano Israel HaYom, Pompeo ha dichiarato che la decisione sull’annessione spetta al Governo israeliano, sottolineando però che il tema è complesso e richiede coordinazione con Washington.

A giudicare dalle parole di Pompeo, sembra che gli Stati Uniti vogliano invitare Netanyahu a moderare le sue posizioni. Il Primo Ministro vorrebbe infatti procedere rapidamente – dai primi di luglio – con l’annessione, mentre Gantz, al contrario, si oppone a un processo unilaterale.

In politica estera l’amministrazione Trump ha tenuto una posizione molto filo-israeliana. Ad esempio, ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, spostandovi l’ambasciata americana. Ha riconosciuto poi la sovranità israeliana sulle alture del Golan e smesso di considerare illegittime le colonie in Cisgiordania. Ha presentato un piano di pace per risolvere il conflitto tra israeliani e palestinesi, ritenuto tuttavia molto sbilanciato in favore dei primi.

Le dichiarazioni di Pompeo – molto misurate – non rappresentano né anticipano un’inversione di rotta rispetto a quanto appena ricordato. Anche perché la vicinanza a Israele è utile a Donald Trump in vista delle elezioni presidenziali di novembre, in quanto gli consente di attirare i voti degli evangelici e degli ebrei conservatori. Washington però potrebbe avere necessità di bilanciare il sostegno a Israele con le pressioni provenienti dalle nazioni arabe (ad esempio dagli Emirati), che temono che l’annessione della Cisgiordania possa causare nuove instabilità e violenze nella regione. Compromettendo, in ultima istanza, la “visione per la pace” dell’amministrazione Trump.

La Cina

La visita in Israele ha costituito inoltre per Pompeo una nuova occasione per attaccare – stavolta in maniera più velata – la Cina. Rivolgendosi a Netanyahu, il Segretario americano ha detto che Israele “è un ottimo partner. Voi condividete le informazioni, a differenza di qualche altro Paese che cerca di offuscarle e nasconderle”. Il riferimento, implicito ma evidente, è appunto alla Cina, contro la quale gli Stati Uniti stanno combattendo una guerra di propaganda sul coronavirus, di cui proprio Pompeo è il principale megafono americano. In sostanza, Washington accusa Pechino – spesso rilanciando teorie infondate – di celare al mondo la verità sul virus e le sue colpe nella gestione dell’epidemia.

Ma stavolta le allusioni di Pompeo alla Cina contenevano un ammonimento all’alleato Israele. Negli ultimi anni Tel Aviv ha infatti aperto agli investimenti cinesi, anche in aree sensibili. Le preoccupazioni di Washington riguardano soprattutto il porto di Haifa, uno scalo frequente per la marina statunitense, che il Governo israeliano ha ceduto in gestione alla compagnia cinese Shanghai International Port Group per 25 anni, a partire dal 2021. Visto dalla Cina, il porto di Haifa è utile per rafforzare la rotta marittima della Via della seta, da Shangai verso l’Europa.

Oltre a questo, una compagnia con sede a Hong Kong potrebbe vincere un appalto per la costruzione di un grande impianto di dissalazione vicino Tel Aviv.

Gli Stati Uniti vogliono limitare la penetrazione cinese in Israele perché temono che Pechino possa acquisire know-how tecnologico: un ambito in cui Tel Aviv eccelle. La tecnologia riveste un ruolo cruciale nella sfida per la supremazia mondiale tra Stati Uniti e Cina.

@marcodellaguzzo

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