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Giunto ai due terzi del suo mandato, Narendra Modi sembra destinato alla rielezione nel 2019, che però dipenderà anche da delicate questioni sociali.

Nel maggio 2014 l’elezione di Narendra Modi a Primo Ministro indiano alimentò grandi speranze e timori: si sperava che la crescita economica promossa dall’ex governatore dello Stato del Gujarat si estendesse al resto del Paese; ma viste le tensioni religiose nel Gujarat, si temeva che un’India guidata da Modi tradisse i propri ideali laici. Sia le speranze che le paure si sono avverate.

Per molti elettori Modi rappresentava una ventata d’aria fresca dopo la lunga egemonia del Congresso Nazionale Indiano (al potere per 49 anni su 70 di indipendenza nazionale). Mentre il Congresso era ormai ritenuto un partito “stanco”, il partito induista e nazionalista di Modi, il Bharatiya Janata Party (BJP), era poco conosciuto. Il suo carismatico leader, Atal Bihari Vajpayee, aveva guidato un governo di coalizione riformista tra il 1998 e il 2004. Fino alle elezioni nazionali del 2014 la carriera politica di Modi era stata circoscritta al suo Stato d’origine.

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