Morte e tortura in carcere: la Tunisia è cambiata dopo la rivoluzione?


Non basta una rivoluzione per cambiare un paese, soprattutto se in quel paese la giustizia è amministrata con gli stessi metodi e le stesse leggi in vigore durante la dittatura. Recentemente ci sono stati almeno due episodi di morti sospette nelle carceri tunisine, per il momento rimaste impunite.

Non basta una rivoluzione per cambiare un paese, soprattutto se in quel paese la giustizia è amministrata con gli stessi metodi e le stesse leggi in vigore durante la dittatura. Recentemente ci sono stati almeno due episodi di morti sospette nelle carceri tunisine, per il momento rimaste impunite.

 A protester shouts slogans calling for the release of protesters who were arrested after clashes with police last month, outside a court in the central city of Sidi Bouzid October 22, 2012. The head of a campaign group said dozens of prisoners had been tortured in Tunisia since a revolution toppled the country's autocratic ruler last year. Victims included political activists and criminals, said Radhia Nasraoui, president of Tunisia's Organisation Against Torture. Women, children and elderly people were assaulted in police stations after protests over living standards last month in the central city of Sidi Bouzid, she added. REUTERS/Mohamed Amine ben Aziza

A Maan Alif, un sobborgo alla periferia di Tunisi, ho incontrato la famiglia di Ali Kheimas Louati, nato il 26 marzo 1987 e morto il 23 settembre 2014 all’ospedale El Moroju. Lo stesso in cui fu ricoverato Mohamed Bouazizi dopo che il 14 gennaio 2011 si diede fuoco con un fiammifero, dando il via alla rivoluzione della dignità.

Ali viveva facendo l’ambulante e guadagnava sei, sette dinari al giorno vendendo legumi nei mercatini della capitale. Il ricavato lo condivideva con il resto della famiglia composta da fratelli, cognate, nipoti. Tutti nella casa di Maan Alif, che i suoi genitori avevano occupato qualche anno prima.

La routine della sua vita fu interrotta due anni e mezzo fa, quando fu arrestato per furto e condotto nel carcere di Borj el Amri. Condannato a tre anni, tra qualche mese sarebbe tornato in libertà, ma la mattina del 23 settembre il sonno della madre Zakia fu disturbato da una macchina della polizia: Ali era morto.

Emorragia cerebrale le dissero, poi arresto cardiaco, poi epatite e infine suicidio. Ali si sarebbe ucciso tagliandosi le vene, anche se sul suo corpo non vi era traccia di tagli, ma solo di ematomi e di costole rotte.

Zakia mi mostra la foto scattata in ospedale e il pantaloncino rosso a fiori bianchi impregnato di sangue, che il figlio indossava quel giorno. In due anni e mezzo di detenzione, Ali era stato ricoverato diciassette volte, un numero sufficiente per confermare il sospetto che subisse violenza.

Zakia aveva chiesto spiegazioni al direttore del carcere, aveva fatto appello per due volte al Presidente della Repubblica Moncef Marzouki perché si occupasse del caso del figlio, ma niente.

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