Mosca rinuncia a South Stream. Ecco perché


Putin: “La Russia è costretta a ritirarsi dal progetto South Stream a causa della mancanza di volontà dell’Ue di sostenere il gasdotto”. Miller (Gazprom): “E' chiuso, non si torna indietro”.

Putin: “La Russia è costretta a ritirarsi dal progetto South Stream a causa della mancanza di volontà dell’Ue di sostenere il gasdotto”. Miller (Gazprom): “E’ chiuso, non si torna indietro”.

 Russia's President Vladimir Putin (L) is pictured during a joint news conference with his Turkish counterpart Tayyip Erdogan in Ankara December 1, 2014. Putin said on Monday that Moscow could not carry on with the South Stream project if the European Union was opposed to it. Speaking at a joint news conference with Turkish President Erdogan, Putin said the European Commission was reluctant to give the green light to the South Stream project. REUTERS/Mikhail Klimentyev/RIA Novosti/Kremlin

Ieri ad Ankara il presidente russo Vladimir Putin, nel corso di una conferenza stampa con il premier turco Recep Tayyp Erdogan, ha annunciato la chiusura del gasdotto South Stream. “La Russia è costretta a ritirarsi dal progetto South Stream a causa della mancanza di volontà dell’Ue di sostenere il gasdotto e il gas verrà riorientato verso altri consumatori», ha detto Putin.

 

Non molto tempo prima, il leader russo aveva evidenziato che le risorse energetiche russe sarebbero state reindirizzate su altri mercati, anche con l’aiuto del Gnl, e che l’Europa non avrebbe in ogni caso ricevuto tali volumi dalla Russia. “Noi riteniamo che ciò non corrisponda agli interessi economici dell’Europa e che danneggi la nostra cooperazione. Ma questa è la scelta dei nostri amici europei. Da parte nostra, una simile intenzione non sussiste; in fin dei conti, sono loro gli acquirenti”, ha dichiarato Putin.

Quindi, come tutti  i normali acquirenti, se vogliono comprano, se no, no (e cercano su altri mercati, visto che viviamo in un periodo di abbondanza del gas sul mercato). Come costruire il gasdotto (parliamo della sua prima parte, sottomarina), quando la Bulgaria ha revocato il permesso di farlo nelle sue acque e sul suo suolo? Come ha detto lo stesso leader russo “iniziare la costruzione in mare, andare fino alla riva bulgara ed essere bloccati è semplicemente ridicolo”. Questo lo potrebbe dire persino un bambino dell’asilo. E quindi, dopo uno slittamento sull’inizio della posa dei tubi in mare di un mese (tutto ormai era pronto), è arrivato lo stop. Non c’è la prima tratta, non potranno esserci le altre? 

Lo spiegheremo tra poco, ma adesso torniamo a qualche anno prima, quando Russia e Italia hanno deciso di costruire il gasdotto più caro del ventunesimo secolo (o almeno tale era al momento).

Erano altri tempi. Le società di consulenza, i guru della finanza e dell’energia davano per certi sia il prezzo del petrolio sopra i 200 dollari al barile, sia una sete inestinguibile di gas (anzi, con un consumo di 1000 miliardi mc all’anno per l’Europa, l’importo previsto per il 2030 era di 910 miliardi mc, secondo la stima di BCG apparsa sui grandi giornali nazionali ed internazionali). E visto che i prezzi del gas erano collegati direttamente ai prezzi del petrolio (il mercato spot era ridicolo), si prospettava l’affare del secolo. L’Eni non poteva lasciarselo sfuggire. 

Così nel 2008 nasce la società 50-50 Gazprom-Eni, ed Eni cerca di recuperare soldi non solo dal trasporto (essendo proprietario al 50%), ma anche dalla vendita al cliente finale. Il cliente era ancora ricco, non era moroso, in Europa c’erano ancora prosperità e ricchezza. Con il tempo, però, lo scenario cambia: l’Europa in crisi consuma molto meno gas e punta pure sulle rinnovabili, con le stime (del profitto del megaprogetto) tutte da rivedere. Eni inizia lentamente a frenare, con l’A.d. Paolo Scaroni che dice “ni” (ai russi diceva “si, vogliamo al più presto possibile South Stream”, ad altri invece diceva no: “Perché non unire i due progetti concorrenti, South Stream e Nabucco – morto pure questo, ndr -, conviene economicamente”; come si può immaginare, con una certa rabbia da parte di Miller, A.d. di Gazprom). 

I russi si trovano costretti a trovare due partner di peso (e soprattutto due paesi di peso), la tedesca Wintershall e la francese Edf, e a diluire l’Eni (al 20%), dando ai nuovi partner il 15% ciascuno. Finalmente, tutto è definito, ci sono i permessi e maggiori dettagli, e il 7 dicembre 2012 Vladimir Putin raccoglie i partner industriali del progetto e le autorità dei Paesi coinvolti (dall’Italia arrivarono Paolo Scaroni e l’ambasciatore italiano a Mosca, Antonio Zanardi Landi) per battezzarlo; con la saldatura di due tubi apre ufficialmente la costruzione del gasdotto, che porterebbe il gas russo in Europa attraversando il Mar Nero. 

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