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Quel muro tra Siria e Turchia

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Per i siriani intenzionati a fuggire dall’impasse di violenza del loro Paese resta solo l’opzione dei trafficanti. Tutte le nazioni vicine hanno infatti sigillato i confini, tagliando di netto le vie di fuga usate negli anni scorsi da milioni di profughi. Ad oggi almeno centomila persone restano intrappolate nella loro stessa terra, a ridosso del solo confine turco, in attesa di trovare un varco verso la salvezza.

Ciò accade malgrado Ankara si ostini a dichiarare che i passaggi per i rifugiati siriani restino aperti. Di fatto però il confine turco è ormai invalicabile, e la situazione è destinata a peggiorare con la costruzione di un muro in cemento lungo 900 chilometri. Lo scopo dell’opera, da realizzarsi entro febbraio 2017, è fermare il traffico di esseri umani alimentato da reti criminali sempre più specializzate, ma anche rendere meno permeabile un territorio di rilevante importanza strategica per la Turchia. Qui infatti operano i combattenti curdo-siriani del YPG (Unità di protezione popolare) legati ai turchi del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan). Da tempo Ankara sostiene la necessità di istituire un’area cuscinetto in territorio siriano, a ridosso del confine, dove raccogliere sotto protezione (dell’esercito turco stanziato appositamente in Siria) centinaia di migliaia di profughi all’interno di campi dedicati. Non da ultimo, il muro ideato dal governo Erdoğan intende rendere meno vulnerabile la linea di confine sui territori siriani controllati dallo Stato islamico. I primi 200 chilometri dell’opera iniziata nel 2014 sono stati completati, ma secondo le anticipazioni di un anonimo ufficiale turco intervistato da Reuters, a breve partirà il completamento della recinzione. 

La scelta del muro evidenzia un cambio di strategia da parte del governo turco, sempre più fermo sulla linea seguita alla sottoscrizione dell’accordo sui migranti siglato il 18 marzo scorso a Bruxelles. All’indomani del deal, Ankara aveva progressivamente ridotto i passaggi dei rifugiati al confine siriano, fino alla quasi completa chiusura. Malgrado ciò, in più occasioni ufficiali turchi non hanno risparmiato critiche all’Europa, colpevole a loro dire di essere troppo restrittiva nell’ammissione dei rifugiati in fuga dalla guerra civile siriane. L’ultima critica è giunta a metà settembre dal portavoce del parlamento turco Ismail Kahraman, che in un discorso a Strasburgo ha sottolineato come Ankara abbia già accolto 2,7 milioni di siriani, mentre l’Europa continua a “costruire muri” e a “chiudere le porte”. In realtà però, secondo Reuters il muro turco dovrebbe vedere la luce entro 5 mesi. Sembra infatti che la Turchia abbia affidato al TOKI (il Dipartimento che gestisce lo sviluppo urbano in Turchia) il compito di organizzare l’erezione della maxi barriera servendosi anche di aziende private, per un costo stimato di poco inferiore ai 600 milioni di euro. La ‘gola profonda’ turca ha usato come mezzo di paragone gli Stati Uniti e la barricata posta sul confine messicano per fermare l’immigrazione clandestina e traffici illeciti di varia natura. Non sembra però ci sia stato alcun riferimento nelle dichiarazioni turca alla peculiare situazione in Siria, dove è in corso una delle più brutali guerre di questo tempo, costata secondo il Syrian Center for Policy Research 470 mila vittime in poco più di 5 anni.

Il progetto turco punta all’installazione di enormi blocchi di cemento da 7 tonnellate alti 3 metri e larghi 2, sormontati da filo spinato. Ci sarà poi spazio per il pattugliamento dell’area attraverso strade dedicate e torri di guardia disseminate lungo il confine. Rispetto ai 19 punti di passaggio esistenti, soltanto 2 restano legalmente operativi malgrado l’accesso sia fortemente limitato, non oltre le 200 persone al giorno scelte tra i feriti in condizioni più gravi. Per tutti gli altri l’unica opzione è offerta dai trafficanti di esseri umani, i cui prezzi crescono con l’aumentare dell’intensità del conflitto e delle difficoltà di passaggio al confine. Negli ultimi mesi, organizzazioni per i diritti umani hanno accusato l’esercito turco di avere in più occasioni aperto il fuoco contro profughi siriani che tentavano di varcare il confine illegalmente. L’ultimo episodio a inizio ottobre, quando un 15enne sarebbe stato ucciso dal fuoco turco, tuttavia Ankara nega qualsiasi responsabilità presente e passata. Ecco che l’erezione del muro potrebbe prevenire il ripetersi di episodi simili, evitando accuse mai come ora scomode per il governo di Erdoğan, in attesa di ottenere il riconoscimento della liberalizzazione di visti per l’Europa accordata con la sottoscrizione del deal sui migranti. Aumentano anche le pressioni affinché Ankara favorisca l’afflusso in Turchia dei siriani bloccati al confine, costretti a vivere in campi affollati, in condizioni insostenibili, dove lo scorso maggio più di venti persone sono rimaste uccise in un attacco aereo.

Per i siriani che riescono a raggiungere il territorio turco, e per quelli giunti prima della chiusura, le condizioni di vita sono tutt’altro che facili. L’accesso all’istruzione per i giovani rifugiati è fortemente ostacolato dal gap linguistico, della disorganizzazione, dall’emarginazione degli studenti e dalla libertà di giudicare i singoli casi da parte dei dirigenti scolastici. A conti fatti, circa la metà dei 2,7 milioni di siriani ufficialmente presenti in Turchia è composta da bambini. La maggioranza di loro non ha accesso continuativo all’educazione. Se non bastasse, molti minorenni sono costretti a lavorare in nero, all’interno di fabbriche illegali allestite nei sottoscala, o in edifici fatiscenti dove vengono ricavati laboratori scarsamente illuminati e privi di qualsiasi misura di sicurezza. Quando e se riconosciuti, i salari sono sproporzionati rispetto ai valori dei contratti regolari, e inadeguati al costo della vita. Ciononostante per molte famiglie siriane il lavoro dei figli è essenziale per la sopravvivenza del gruppo, e talvolta costituisce l’unica fonte di reddito. Secondo l’analisi dell’organizzazione Support to Life, il 60% delle famiglie siriane in Turchia guadagna tra le 500 e 1500 Lire turche al mese (145 – 435 euro), per un fabbisogno superiore ai 500 euro. Per fronteggiare questa situazione in molti ricorrono al debito e/o al lavoro minorile, precludendo di fatto l’accesso all’istruzione, ammesso esista la possibilità. I comparti in cui trovano maggiormente impiego i minori sono quello tessile, in particolare nei laboratori in cui viene realizzata componentistica da destinare al confezionamento, quindi l’agricoltura. Nei vasti terreni coltivati della Turchia operano almeno 400 mila minorenni, costretti a turni di 12 ore al giorno, sette giorni su sette. Il lavoro minorile non è un fenomeno limitato ai soli siriani, ma riguarda da tempo anche i bambini turchi appartenenti alle famiglie più povere, i quali, seppur sottopagati, costano comunque più dei giovani operai in fuga dal conflitto siriano. Di conseguenza l’immissione di manovalanza siriana ha costretto i giovani operai turchi a trovare impieghi di nicchia, spesso più duri o comunque pericolosi. Per sopperire alla piaga del lavoro nero, ad inizio 2016 Ankara ha concesso ai siriani la possibilità di ottenere lo status di ospiti permanenti e il rilascio del kimlik, la carta di identità. Questa misura doveva implicare la possibilità di ottenere il permesso di lavoro anche da parte dei siriani, ma nessuno o quasi dei datori ha regolarizzato gli operari. Questo avrebbe comportato più costi aziendali, più diritti per i lavoratori, salari adeguati a minimi ufficiali, quindi una riduzione dei profitti, condizione inaccettabile per gli imprenditori. 

@emanuele_conf

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