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La disastrosa via alla democrazia nel Myanmar della pulizia etnica

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I Rohingya scappati in Bangladesh ora sono 600 mila. E la guerra civile si è intensificata. Ormai è chiaro che la situazione dopo la celebrata svolta democratica è peggiorata. Perché il potere è ancora nelle mani dell’esercito. Che ha trovato nella Lady Suu Kyi un utile parafulmine

A due anni dalle storiche elezioni del 2015 il Myanmar sembra aver innestato la retromarcia. Le violenze fra la comunità buddista dei Rakhine e la minoranza musulmana dei Rohingya nella parte occidentale del Paese hanno costretto quasi 600 mila persone a fuggire nel vicino Bangladesh. L’Unione Europea sta tagliando i pochi ponti che erano stati costruiti con le forze armate birmane, mentre la guerra civile, che vede una dozzina di gruppi ribelli schierarsi contro l’esercito, non accenna a rallentare.

È ormai chiaro che gli avvenimenti degli ultimi anni – inclusa la vittoria della National League for Democracy di Aung San Suu Kyi – hanno cambiato il Paese meno del previsto. Come spiega Tom Kramer, specialista di affari birmani presso il Transnational Institute, “la transizione democratica non ha segnato un anno zero e un nuovo inizio.”

Questo è vero soprattutto ove si consideri che le forze armate continuano a giocare un ruolo chiave nella vita pubblica, in buona parte grazie alla Costituzione varata dall’ex giunta militare nel 2008. Oltre a stabilire che chi ha consorti o figli stranieri non possa diventare presidente – è per questo che Aung San Suu Kyi, di fatto leader del Paese, è però formalmente solo “consigliere di Stato” – la Costituzione prevede che ai militari spetti la scelta del Ministro della difesa, del Ministro dell’interno e del Ministro per i confini.

In Parlamento gli ufficiali occupano il 25 percento dei seggi disponibili – sufficienti a bloccare una eventuale modifica del testo costituzionale – e, secondo il capitolo 13, il comandante supremo dell’esercito può assumere il controllo del governo qualora l’integrità del Paese venga minacciata da una insurrezione: una disposizione particolarmente facile da implementare dato che la nazione è perennemente in stato di guerra civile.

Questo senza contare l’influenza che i generali, in cinque decenni di dittatura, hanno esteso in ogni settore della società e che le elezioni non hanno potuto eliminare. Un recente rapporto di Global Witness, per esempio, ha fatto luce sui legami fra gli ufficiali e il traffico della giada, il cui valore supera i 30 miliardi di dollari all’anno (circa la metà del Pil birmano). Oltre a gruppi ribelli e aziende cinesi, i principali beneficiari del traffico di questa pietra preziosa sono organizzazioni controllate dall’esercito o persone ad esso legate.

Fra queste ci sarebbero anche la famiglia di Than Shwe, l’ex capo della giunta ora ufficialmente uscito di scena, e quelle di Phone Swe e Ohn Myint, entrambi ex generali ed ex ministri. “Le famiglie di Than Shwe, Maung Maung Thein [un ex generale ndr] e Ohn Myint hanno diverse concessioni che fra di loro hanno generato vendite lorde di 220 milioni di dollari all’emporio della giada del 2014 (il canale di vendita ufficiale del governo) e 67 milioni di dollari all’emporio del 2013,” scrive Global Witness.

La necessità di fare i conti con le esigenze dell’establishment militare spiegherebbe i silenzi di Suu Kyi sulla crisi dei Rohingya, della quale ha parlato solo sporadicamente e sempre cercando di abbassare i toni, nonostante si tratti di un disastro umanitario. Secondo le Nazioni Unite, 582 mila persone hanno abbandonato lo Stato del Rakhine dal 25 Agosto, fuggendo da una campagna di pulizia etnica portata avanti dalle forze armate e dalla maggioranza buddista della zona. La violenza non è a senso unico: 30mila membri della comunità buddista sono rimasti sfollati a causa degli scontri e hanno visto emergere un nuovo gruppo armato che si è fatto chiamare prima Harakah al-Yaqin – il “movimento della fede” – e in seguito Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa).

Questo atteggiamento le sta costando la reputazione all’estero. Le critiche si accumulano e per qualcuno la “Signora” è indegna del Premio Nobel che le è stato assegnato nel 1991, ma è difficile dire quanto influenza Suu Kyi abbia sugli avvenimenti nel Rakhine.

La continua presenza dei militari nelle stanze dei bottoni ha avuto un effetto anche sulla guerra civile nelle aree settentrionali e orientali del Paese, dove una serie di gruppi armati chiedono più autonomia per le province periferiche del Paese – un’idea da sempre mal digerita dalle autorità militari. Il costo del conflitto è alto: secondo le Nazioni Unite ci sono oggi quasi 100mila sfollati solo fra lo Stato dei Kachin e quello degli Shan.

Il cessate il fuoco nazionale promosso dal governo di Thein Sein, l’ex generale diventato presidente, non è stato firmato dai principali gruppi insorti nel 2015. Non è servito a rallentare le guerra: scontri e schermaglie sono continuate. A detta degli insorti, anche in questo caso un fattore determinante è stato la continua presenza dei militari ai vertici del potere. In diverse conversazioni con chi scrive, i ribelli del Kachin Independence Organization, uno dei più grandi gruppi insorti del Paese, hanno detto di apprezzare Aung San Suu Kyi, ma di non poter credere alle promesse del governo perché quest’ultimo non può controllare l’esercito.

Ad incrementare i timori è stato il sospetto tempismo delle recenti campagne belliche, che hanno avuto luogo proprio mentre la svolta democratica decollava e i negoziati per il cessate il fuoco nazionale prendevano avvio. Nel 2009 ricominciavano gli scontri con il Myanmar Democratic Alliance Army, un gruppo legato alla minoranza Kokang. Nel 2011 era il turno del ben più massiccio Kachin Independence Organization. Altri combattimenti hanno coinvolto – e continuano a coinvolgere – l’Arakan Army, il Ta’ang National Liberation Army e lo Shan State Army North.

In altre parole, mentre l’ottimismo del 2015 si allontana, è sempre più evidente che la transizione del Myanmar verso pace e prosperità richiederà nella migliore delle ipotesi molto tempo. Questo perché, come spiega Kramer, “sia nelle strutture della politica che della società, conflitti e divisioni rimangono. Per il momento, non è ancora apparsa una soluzione politica nella quale tutti i gruppi e tutte le comunità si sentano incluse e le tensioni continueranno a emergere.”

@Mick887

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