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La saga Saakashvili in cerca di un finale fra Kiev e Tbilisi

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Ucraina e Georgia negoziano in Bielorussia l’estradizione dell’ex presidente e agitatore in servizio permanente. Ma a Tblisi dubitano che il governo lo voglia davvero. Perchè Misha è sempre pronto a esplodere, anche se la sua popolarità è scesa ai minimi storici. E il suo futuro è un’incognita

L’ultima indiscrezione, in ordine di tempo, sono i negoziati segreti in Bielorussia tra Tbilisi e Kiev per l’estradizione a conferma che le rocambolesche avventure dell’ex presidente georgiano Mikheil Saakashvili, aka Misha, in Ucraina non sono un capitolo chiuso.

Dalla natia Tbilisi all’adottiva Kiev, Misha, uno dei pochi uomini politici conosciuti quasi più per il suo soprannome, affascina e divide, e non necessariamente in questo ordine. L’impressionante lista di “ex” – ex presidente, ex governatore, ex georgiano, ex ucraino e per molti anche ex riformatore – è lo specchio di una personalità dirompente che sfonda gli argini della politica tradizionale. Se da un lato questa energia gli ha permesso di trasformare la Georgia da stato-fallimento a esempio mondiale in tema di riforme nell’arco di soli tre anni (caso unico nel panorama post-sovietico), dall’altro negli anni gli ha alienato alleati ed elettori.

“Saakashvili è un detonatore senza timer, che può esplodere in ogni momento,” spiega a eastwest.eu Kornely Kakachia, direttore del think-tank Georgian Institute of Politics (Gip) “e Tbilisi e Kiev giocano a ping-pong, passandoselo nella speranza che non scoppi nel loro campo.”

Dalla luna di miele alla guerra dei Roses

Nel 2015 il presidente ucraino Petro Poroshenko chiamò Saakashvili, già suo compagno all’università a Kiev, offrendogli il governatorato di Odessa per ripulire la città porto sul Mar Nero dalla corruzione e aumentarne l’efficienza economica. L’ex presidente, in esilio volontario negli Stati Uniti dopo la sconfitta elettorale del 2014, accettò e abbracciò la causa dell’Ucraina post-Maidan. Di tornare in Georgia non se ne parlava nemmeno visti i guai giudiziari sotto il nuovo governo del Sogno georgiano, partito del miliardario Bidzina Ivanishvili – sostenitore della prima ora diventato poi nemico. Saakashvili rinunciò alla cittadinanza georgiana, prese quella ucraina, perfezionò il suo già ottimo ucraino e si trasferì armi e bagagli a Odessa. Tbilisi non la prese bene. Le pressioni su Kiev per estradarlo in patria dove pendono accuse per vari reati, dall’abuso di potere alla corruzione, non portarono a nulla se non a scambi di battute al vetriolo.

In poco meno di due anni la luna di miele tra Poroshenko e Saakashvili si è trasformata in una guerra dei Roses – Petro gli revoca la cittadinanza ucraina, rendendolo di fatto l’apolide più famoso del mondo, ma Misha non si scompone. Rientra in Ucraina sfondando il confine dalla Polonia, guida manifestazioni, scala tetti, mobilita sostenitori per bloccare l’arresto, affronta la cattura, e al processo di fronte alle telecamere di mezzo mondo canta l’inno nazionale ucraino e georgiano. Tra gli eventi che si succedono, l’estradizione a Tbilisi sembra oggi più possibile, e la notizia dell’incontro a Minsk per discuterne è il segnale che i giorni di Misha in Ucraina potrebbero essere contati. Ma non è scontato.

Kakachia dubita “che l’estrazione sia davvero ciò che vuole il governo.” E non è il solo. Una fonte diplomatica spiega che “la pressione, sia internazionale che interna, sarebbe troppo forte, senza contare il nodo del processo che, fosse anche equo, e molti ne dubitano, sarebbe politicizzato e strumentalizzato. Verrebbe considerato parziale a prescindere.”

Rivoluzione perenne

Dai mercati generali alle pause caffè delle conferenze che a Tbilisi abbondano non si parla d’altro. E se in patria Misha conta ancora su uno zoccolo duro di sostenitori, negli anni si è assottigliato.

Per Irakli Antadze, insegnante reinventatosi tassista – “perchè “guadagno di più e lavoro meno” – la lotta alla corruzione è una missione che va sostenuta sempre. Per Khatuna Kemoklidze, studentessa di legge, “non si può vivere in uno stato di rivoluzione perenne e Saakashvili non può guidare contestazioni ovunque.”

Lo stesso Vladimir Putin, suo acerrimo nemico, non ha risparmiato riferimenti alla spinta rivoluzionaria dell’ex presidente. Nel corso dell’annuale conferenza stampa tenutasi il 14 dicembre, il capo del Cremlino ha usato “Saakashvili” come sinonimo di protesta. “Chi si ricorda di “Occupare Wall Street”? – ha risposto a un giornalista – “Che cosa è successo [al movimento]? Anche quelli erano un mucchio di Saakashvili.”

Misha ha diviso anche il partito da lui fondato, quel United National Movement (Unm) che nel 2003 aveva guidato la Rivoluzione delle Rose e poi dominato la scena politica fino al 2012. Dopo l’ennesima sconfitta elettorale dell’ottobre 2016 lo Unm si è spaccato tra sostenitori del leader storico e coloro che hanno deciso che Saakashvili era diventato una presenza ingombrante, anche a distanza.

“Il sostegno sul quale può contare è minimo, lui stesso lo sa,” continua Kakachia. “Sta puntando tutte le sue carte sull’Ucraina, nella speranza che un successo lì gli spiani la strada per un rientro in grande stile. Il problema è che nemmeno a Kiev gode di un’ampia popolarità, la gente è d’accordo con le sue idee, ma rimane un personaggio che divide, laggiù come qui.”

Nonostante la scissione, sia Zaal Udumashvili, candidato dell’Unm alle elezioni del sindaco di ottobre a Tbilisi vinte dall’ex calciatore del Milan Kakha Kaladze, che Gigi Ugulava, segretario generale della Georgia europea formatasi nel gennaio del 2017 dopo la scissone dallo Unm, sono compatti intorno all’ex leader. Ugulava ha detto che quella di Poroshenko è “persecuzione politica” e che “gli oppositori politici non possono essere trattati in questo modo.”

Il futuro prossimo venturo rimane un’incognita, imprevedibile come lui “In Ucraina la gente è stanca della corruzione endemica, ma non è pronta a una terza Maidan, sarà difficile galvanizzare gli animi alla sua causa. E a lui.”

@monicaellena

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