EN

eastwest challenge banner leaderboard

RETROSCENA

Nicaragua: la primavera di Managua

Indietro

In Nicaragua, Ortega e il suo clan mantengono il potere con il terrore. Ma si pensa che il regime sia avviato verso la fine, lenta o esplosiva che sia

Nicaragua: Zayda Hernández e la primavera di Managua. Una manifestante lancia un palloncino bianco alla polizia antisommossa durante la commemorazione della Giornata internazionale dei diritti umani a Managua, Nicaragua, 10 dicembre 2019.REUTERS/Oswaldo Rivas

Una manifestante lancia un palloncino bianco alla polizia antisommossa durante la commemorazione della Giornata internazionale dei diritti umani a Managua, Nicaragua, 10 dicembre 2019.REUTERS/Oswaldo Rivas

Zayda Hernández guida l’auto verso la casa che la sta ospitando. “Giro raramente da sola e devo cambiare casa ogni due o tre settimane”. Non è l’unica a farlo tra i leader studenteschi che dall’aprile 2018 sono diventati l’incubo del Presidente Daniel Ortega e della sua vice, nonché moglie, Rosario Murillo.

In Nicaragua tutti conoscono la storia di Zayda Hernández, 26 anni, una tesi in ingegneria chimica lasciata in sospeso. Lei dice solo: “Dopo le proteste, sono stata negli Usa a denunciare la repressione, mi sono nascosta in Costa Rica, sono tornata da clandestina”. Un giorno è stata sequestrata ed è scomparsa. È riapparsa 48 ore dopo, ammanettata e sotto choc sul sagrato della cattedrale.

Di quelle lunghe ore non ama parlare, ma da allora, “da quando mi hanno rubato anche la paura”, non smette di organizzare azioni express davanti a centri commerciali, distribuendo volantini e animando le persone. “Non abbiamo più paura”, ripete più volte con una voce che non si sa da dove le esca. L’azione dura qualche minuto, finché non sbucano decine di poliziotti e la cacciano, tra urla e spintoni. Tutto viene registrato con gli smartphone e circola veloce in rete. Per ora è quello che si può fare in pubblico.

Zayda ricorda molto i dissidenti nei vecchi Paesi dell’Europa dell’est. E così i suoi gendarmi, dello stato o del partito, che la liquidano come pazza. Lei non si sente affatto sconfitta, soprattutto dopo quello che è successo in tutta l’America Latina.

La primavera di Managua ha davvero anticipato le folate di rabbia che un anno dopo hanno scosso l’intera regione. Di fronte a una così vasta rebelión cívica, come la chiamano qui, gli Ortega hanno reagito dapprima sorpresi e poi scatenando una brutale repressione, usando polizia e paramilitari. Prima di essere espulsa, la Commissione interamericana per i diritti umani ha documentato una sfilza raccapricciante di reati e almeno 325 vittime.

A due anni dalle proteste, in Nicaragua si avverte subito una strana calma. Incroci ed edifici pubblici sono presidiati da nugoli di poliziotti, con mitragliette e scudi, a fianco dei loro pick-up. “Ci incontriamo a piccoli gruppi attraverso WhatsApp e usiamo il patio di case e negozi, entrando uno o due alla volta per non dare nell’occhio”, racconta Carlos, un attivista che incontriamo a Granada. Indica i primi ad arrivare: fingono di cercare qualcosa nel suo negozio, prima di entrare alla riunione.

È sempre in fermento la UCA, la prestigiosa università dei gesuiti, che ha da subito aperto le porte per discutere, organizzarsi e soccorrere i feriti. Ora è tenuta sotto pressione, con la minaccia degli agenti antisommossa ai cancelli e con il taglio di almeno il 30% dei fondi pubblici. “Questo campus resta uno spazio libero”, dice subito Melba Castillo, che qui dirige l’Accademia delle Scienze. Ma quale prospettiva si apra resta un’incognita: “Il regime sembra in una fase di consunzione, può essere una fine lenta che lo costringe a negoziare o un evento fortuito che scatena una nuova protesta di massa”.

Eppure, qui più che altrove è arrivata l’eco dell’incendio divampato in America Latina. “Le folle in Ecuador, in Cile e soprattutto la fuga di Evo Morales dalla Bolivia hanno messo in apprensione Ortega.” – racconta il sociologo e politologo José Luis Rocha – “I suoi discorsi si sono fatti più aspri e nel partito potrebbero crearsi fronde e far ripensare la strategia finora in mano al clan familiare.”

Sono solo ipotesi. Di sicuro tutti si chiedono quanto possa reggere il leader sandinista, isolato, sferzato dalle sanzioni e dalla crisi economica. E malato: da anni si dice soffra di Lupus, una malattia degenerativa che curerebbe a Cuba con ciclici ricambi del sangue. Ma tra leggende urbane e segreti di Stato, il vecchio comandante è là, con moglie, figli e alleati fidati a controllare lo Stato. “È più facile pensare alla fine di Ortega che dell’orteguismo”, riflette Rocha. E questo forse è il problema più serio per l’opposizione.

Oggi il Nicaragua “è solo una teiera in ebollizione”, come dice Zayda Hernández, perché i fatti del 2018 hanno segnato uno spartiacque. Ne è convinta anche Dora Maria Téllez, mitica comandante sandinista, già Ministra della Salute e da anni nemica giurata degli Ortega: “Mai si era visto in Nicaragua un movimento di massa pacifico che rifiutasse di usare le armi per gestire un conflitto”.

Ma quel movimento, che ha visto insieme gli imprenditori stanchi di fare i complici del regime, ambientalisti, femministe, i tanti preti e i ventenni delle università, tutto quel popolo si è ripiegato. I più di mille arrestati sono stati via via scarcerati dopo lunghi mesi senza processo, l’ultima clemenza a dicembre scorso, soprattutto grazie alle pressioni del Vaticano. Ma una volta di ritorno, devono subire le vessazioni della polizia. A tanti studenti è stato cancellato il registro accademico. Nelle campagne si sono contati in un anno 66 leader contadini assassinati, sotto tiro chi si è battuto contro il canale interoceanico, il faraonico progetto promesso da un milionario cinese nel frattempo fallito, ma che “serviva solo ai circoli d’affari del regime per accaparrarsi le terre migliori”, racconta amara Dora Maria Téllez. Sono in tanti a dover fare i conti con il lutto, in Nicaragua. E con l’esilio: a decine di migliaia sono fuggiti, soprattutto in Costa Rica.

Il movimento per la democrazia è in una fase difficile. L’opposizione ha due nuclei, uno nato attorno ai movimenti sociali (Alianza Civica) e uno come ombrello politico (Azul y blanco): sembravano destinati a sommare le forze, ma a gennaio hanno annunciato di volere marciare separati. Ortega si rifiuta di parlare con loro, riconoscendo solo i vecchi conservatori e liberali, di fatto suoi complici. Nel frattempo, la figura che più è emersa per tenere insieme tutti è quella di Juan Sebastián Chamorro, economista, nipote dell’ex-Presidente Violeta Barrios de Chamorro, la prima eletta dopo la guerra civile degli anni ’80.

Quello che li divide sono le strategie da adottare. I gruppi sociali chiedono di rompere gli indugi, lanciare uno sciopero generale e tornare in strada. Gli altri sono più cauti e sembrano voler strappare una nuova legge elettorale e una commissione di garanzia per prepararsi alle urne nel 2021. “Una soluzione minima” − come la definisce José Luis Rocha – “sapendo che il sandinismo è diventato una minoranza nel Paese.”

Eppure, alla parola elezioni in molti sorridono. Francisco, ad esempio, che lavora in una Ong, non è il solo ad avere “un nonno sandinista, che da morto risulta sempre aver votato”. Alejandro, invece, rifugiato in El Salvador, ci racconta: “Ho avuto la tessera per votare a 14 anni invece che a 16, come prevede la legge, perché all’epoca i miei genitori erano militanti sandinisti. E si doveva vincere, ad ogni modo”. Storie così se ne sentono di continuo in Nicaragua.

Oltre alle collaudate frodi elettorali, quello che molti temono è un patto sottobanco. E di mira sono i grandi impresari: la Cosep, la potente Confindustria locale, da alleata di Ortega è diventata una delle promotrici di Azul y blanco. Il loro patto con il Comandante Daniel si è rotto ma potrebbe essere, quello sì, rinegoziato. “In Nicaragua fin dai tempi della dittatura somozista si usa una parola dei nativi Miskitos, Kupia Cumi, un solo cuore, per nascondere il patto fra poteri e clan”, dice Francisco Larios, economista, animatore della rivista Abril. “Dovremmo riprendere lo spirito del 2018. Una moltitudine insorta non in nome di un’utopia né per conto di un Caudillo, ma per costruire democrazia”.

La via d’uscita, secondo Dora Maria Téllez, è “una alleanza vasta, unitaria, innovativa, intelligente”. Di sicuro, neanche lei può evitare di fare i conti con una frattura generazionale. Una faglia che ha attraversato le famiglie, soprattutto tra genitori sandinisti e figli post-ideologici, insofferenti alla bulimica retorica sul passato, liberi dagli incubi della guerra civile. “Quella frattura ha svelato la claustrofobia della realtà”, sottolinea Melba Castillo.

Sulla Carretera de Masaya, in un lembo a sud di Managua, arde sotto il sole il tendone a strisce gialle e rosse del circo. Una vecchia limousine funebre è parcheggiata di fronte. L’ingresso è un telone nero con una scritta inequivocabile: El circo del terror. Benvenuti in Nicaragua.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di marzo/aprile di eastwest.

Puoi acquistare la rivista in edicola o abbonarti.

Su questo argomento, leggi anche

@fabiobozzato

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA