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Norvegia e petrolio: quando l’oro nero non mantiene più le promesse

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Il prezzo del petrolio resta basso. Le grandi economie emergenti come quella brasiliana e cinese non tirano più come prima. Le conseguenze si fanno sentire fino all’estremo nord, quel nord che per anni è sembrato più forte di tutti i malanni e le incognite dell’economia globale. La Norvegia rallenta, infatti: il petrolio che l’ha resa ricca e solida per decenni ha smesso di pompare denaro come faceva un tempo.

La Norvegia è il più grande esportatore europeo di energia. Nel 2015 ha prodotto 3,92 milioni di barili di petrolio e gas al giorno, leggermente più di quanto fatto nel 2014 ma lontano dai livelli di un decennio fa. Il settore energetico contribuisce a circa la metà dell’export del paese e a un quinto del Prodotto interno lordo. La ricchezza nascosta sotto le acque del Mare del Nord ha permesso alla nazione scandinava di uscirein fretta dalla crisi economica degli ultimi anni e di navigare tranquilla mentre intorno pochi altri se la passavano bene.

Oggi però il prezzo del petrolio è basso e a Oslo sanno che questo avrà un impatto inevitabile sui conti. Cosa che sta già accadendo, del resto. Nel 2015 l’economia norvegese è cresciuta dell’1,6 per cento (era stato il 2,2 nel 2014), con un rallentamento sensibile nell’ultimo trimestre. A tirare giù i numeri è stato proprio il settore petrolifero che ha accusato un calo del 5,6 per cento. La disoccupazione nel paese è al 4,5: bassissima se paragonata al resto d’Europa, ma comunque al suo livello più alto da un decennio a questa parte e in netta crescita rispetto al 3,2 di metà 2014. Alcune regioni soffrono più di altre: la capitale Oslo, ad esempio, o l’area di Stavanger, sulla costa occidentale, storicamente legata all’industria energetica. Il settore petrolifero ha lasciato a casa 30.000 persone negli ultimi mesi. La fiducia tra i consumatori è scesa al livello più basso da 24 anni a questa parte: la gente spende meno e risparmia di più, una dinamica naturale considerato che gli anni di forte crescita hanno spinto in molti a comprare e indebitarsi.

Sono tutti piccoli scricchiolii in una economia ancora in salute ma che ha perso il tocco magico di qualche anno fa. A settembre, la Banca Centrale norvegese ha rivisto al ribasso le sue stime di crescita per il 2016: da 1,5 per cento a 1,25. Il Pil non riprenderà a correre per un lungo periodo, temono a Oslo. “Siamo entrati in una nuova fase per l’economia norvegese” affermava lo scorso autunno il governatore Øystein Olsen.

Lo scenario di oggi è in effetti molto diverso se paragonato a quello di pochi anni fa. Tra il 2010 e il 2014 il settore petrolifero norvegese ha aumentato le sue spese del 68 per cento spinto dal prezzo altissimo a cui si vendeva l’oro nero (120 euro a barile nel 2011): molti progetti rimasti fermi a lungo sono stati scongelati. Ma quando il costo del greggio è andato giù, la situazione è cambiata.

Le compagnie petrolifere della Norvegia hanno tagliato gli investimenti per quest’anno: la riduzione è del 14 per cento secondo le stime del Centro statistico norvegese, più di quanto era stato previsto lo scorso novembre e in generale una tendenza che segue quella del 2015, quando per la prima volta dal 2010 s’era deciso di mettere mano ai costi nel settore. La riduzione delle spese riguarderà specialmente il campo delle esplorazioni. Possono aspettare ad esempio quelle oltre il Circolo Polare Artico, zone ricchissime di petrolio e gas ma che richiedono allo stesso tempo tecnologie piuttosto costose. Le compagnie continueranno a operare nelle più agevoli acque del Mare del Nord. Il fatto è che il peggio non sarebbe passato: secondo le previsioni, nel 2017 costi e investimenti si ridurranno ulteriormente per ricominciare a salire solo dal 2018.

E dunque non sorprende più di tanto che in Norvegia ci sia una parola che ha preso a circolare con insistenza: diversificare. L’economia deve trovare altre strade. In effetti, sono cose che lassù si dicono già da qualche anno. Nel 2013, in un momento in cui la Norvegia andava in controtendenza con la sua bassa disoccupazione e la crescita regolare, il governatore Øystein Olsen avvisava che sarebbe stato un errore ritenere il petrolio una risorsa su cui puntare in eterno.

Il primo ministro Erna Solberg ammette che gran parte della crescita che il paese ha registrato negli ultimi cinque anni è stata generata dalle vendite di petrolio e gas, ed è uno sbilanciamento che ormai va corretto. In ogni caso il paese non corre il rischio di sbandare, ha detto la premier, considerato che Oslo è in grado di fare affidamento su un fondo sovrano da 800 miliardi di dollari che può agire da paracadute e dare ampi margini di manovra senza costringere a ridurre la spesa pubblica. Settori come quelli dell’alluminio o l’industria ittica potrebbero compensare in parte quella ricchezza che il petrolio non sarà più in grado di assicurare nei prossimi anni. La stagione dell’oro nero è finita anche al nord, insomma, almeno fino a quando verrà venduto a cifre così basse.

@antonio_scafati

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