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ITALIA CHIAMA EUROPA

Europa a rischio

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La tragedia di Parigi è simbolica: se non acceleriamo il processo di integrazione europea, crolliamo. Ricordiamocene il 23 maggio…

Notre Dame brucia, ore di panico hanno funestato una nostra serata di aprile, incollati davanti alle tragiche immagini del crollo della guglia più alta. Notre Dame non ha solo un valore artistico, ma storico, politico, religioso e culturale. È un simbolo che ha unito tutti, per la sua emozionante bellezza, per la sua affascinante collocazione al centro di Parigi, al centro dell’Europa che amiamo, meta obbligatoria per chiunque esca dal proprio Paese almeno una volta nella vita.

I Francesi a bordo Senna piangevano, ma quella sera eravamo tutti Francesi… quasi tutti…

Ricordiamoci di quella tragica serata, per capire quanto fragili siano i simboli della nostra comunità, se non ce ne prendiamo cura. Così come le nostre istituzioni continentali, che dentro Notre Dame sono state benedette più volte nel corso della storia, vanno tutelate, ammodernate e rilanciate, per tornare protagoniste del progresso della nostra società europea, costituita di tante culture nazionali, ma che si riconoscono in un presente e un futuro comune, così come in simboli comuni. 

Un decennio di gravissima crisi ha fatto venire meno la fiducia dei cittadini europei nelle istituzioni comunitarie: è calata dal 2007 ad oggi di ben 15 punti (dal 57 al 42%), ma il fenomeno travolge ancor di più le istituzioni nazionali (crollo al 35%!). L’impatto della crisi ha fatto tremare le nostre certezze, non solo economiche, ma anche di convivenza civile. La recessione generalizzata ha causato una drastica riduzione dell’occupazione, con ripercussioni disastrose su quella giovanile e ancor di più sull’impiego a tempo indeterminato. I Paesi del sud dell’Europa hanno non solo registrato le flessioni più significative in tutti gli indicatori, ma stanno impiegando anche più tempo dei nordici per riprendersi. E allora? Come se ne esce?

Certo, non con le soluzioni autarchiche propugnate da molti nuovi leader improvvisati. La cooperazione internazionale, come spiegherò più dettagliatamente nell’editoriale, porta valore e ci tutela contro le crisi globali. Capisco che sia controintuitivo, ma è proprio per questo che abbiamo bisogno di competenze e non solo di buon senso. Solo leader preparati possono (non sempre è stato così, purtroppo, anche nella storia recente) avere il coraggio di fare scelte anticicliche e spesso impopolari, nel breve. Chiudere le frontiere può dare l’illusione di facilitare la governance e dunque la soluzione dei problemi.

Ma non è così, soprattutto in un’epoca come quella che stiamo vivendo, nella quale i grandi problemi sono globali: energia, cambiamenti climatici, crisi finanziarie, migrazioni. Drastiche misure nazionali danno la sensazione di una pronta e logica soluzione, ma sarebbe come curare un malato grave con una droga: sensazione immediata di sollievo, ma presto sopraggiungerà il peggio e sarà troppo tardi per qualsiasi cura efficace.

Bisogna invece condurre i nostri 500 milioni di elettori verso una rinnovata capacità di competere, di negoziare, di approfondire, tutti obiettivi che si ottengono con una formazione di eccellenza, spingendo su processi innovativi sempre più arditi, investendo su ricerca scientifica e mobilità del futuro.

Solo una cooperazione rafforzata in tutti questi settori ci può trascinare fuori dalla palude dell’Italy first, France first o Germany first. La Dichiarazione franco-tedesca di Mesenberg può essere considerata la prima pietra del rilancio del processo di integrazione europea, unica speranza non solo per perpetuare i 70 anni di pace in Europa (unicum nella storia), ma anche per ritornare a crescere e a distribuire reddito in modo più equo e inclusivo.

Chi vuole unirsi in questo storico tragitto, voti per i partiti che lo sostengono, alle elezioni europee del 23-26 maggio. 

@GiuScognamiglio

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di maggio/giugno di eastwest.

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