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LA NOTIZIA DEL GIORNO

L’Iran riprenderà ad arricchire l’uranio al 20%

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Nucleare: l’Iran prevede l’arricchimento dell’uranio al 20%, il livello più alto raggiunto prima del JCPoA: al momento, il livello di arricchimento è circa al 4,5%

Il Presidente iraniano Hassan Rouhani parla in una conferenza stampa a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, Stati Uniti, 26 settembre 2019. REUTERS/Brendan Mcdermid

L’Iran ha fatto sapere all’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica legata alle Nazioni Unite, che riprenderà ad arricchire l’uranio al 20%: si tratta del livello più alto raggiunto prima dell’accordo sul nucleare (JCPoA) del 2015, firmato con i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania e l’Unione europea.

L’arricchimento dell’uranio avverrà nel sito di Fordo, tra le montagne, e Teheran ha detto di voler procedere “il prima possibile”. Attualmente il livello di arricchimento è circa al 4,5%; per un’arma atomica bisognerebbe portarlo al 90%. L’Iran possiede le conoscenze per costruire la bomba, ma non dispone del combustibile nucleare necessario.

I precedenti e il contesto

L’annuncio di giovedì scorso si aggiunge a una serie di precedenti violazioni dei termini del Jcpoa da parte dell’Iran, iniziate nel 2019 in risposta all’abbandono dell’accordo – un anno prima – da parte degli Stati Uniti di Donald Trump, che hanno anche ripristinato le sanzioni economiche verso il Paese all’interno di una strategia di “massima pressione”.

In particolare, l’arricchimento dell’uranio al 20% è una ritorsione per l’omicidio di Mohsen Fakhrizadeh – lo scienziato che guidava il programma nucleare iraniano – il 27 novembre, forse per mano israeliana.

Israele guarda con preoccupazione alle ambizioni nucleari del nemico. Ma la mossa di Teheran è innanzitutto un messaggio agli Stati Uniti. Sia perché tra poco più di due settimane inizierà la presidenza di Joe Biden, che si è detto disponibile a rientrare nel JCPoA, ma non a qualsiasi condizione. Sia perché il 3 gennaio ricorre l’anniversario della morte del potente generale Qassem Soleimani, il capo delle Guardie rivoluzionarie iraniane ucciso l’anno scorso dagli Stati Uniti in un attacco con un drone.

In vista dell’anniversario, Washington ha inviato in Medio Oriente dei bombardieri B-52 e un sottomarino nucleare: una mossa volta a far percepire all’Iran la presenza militare americana e a dissuadere il regime dal compiere rappresaglie. Solo il 20 dicembre ci sono stati infatti dei lanci di razzi verso la sede diplomatica statunitense a Baghdad, in Iraq (è in questa città che è stato assassinato Soleimani): Trump ha accusato pubblicamente l’Iran di essere responsabile dell’attacco.

Ci sono state dichiarazioni anche dal lato iraniano. Ad esempio, il ministro degli Esteri Javad Zarif ha accusato a sua volta l’America di voler fabbricare un pretesto per muovere guerra a Teheran. Il successore di Soleimani, Esmail Ghaani, ha detto invece che le azioni statunitensi non dissuaderanno l’Iran dal suo “percorso di resistenza”.

La verità oltre le dichiarazioni

Al di là dei commenti bellicosi, è utile ricordare che né l’America né l’Iran hanno intenzione di combattere una guerra. Per la prima significherebbe uno spreco di risorse, in una regione peraltro non più così fondamentale come un tempo; per la seconda significherebbe invece una catastrofe, dato che il Paese non è assolutamente in condizioni di sostenere un conflitto: la sua economia è in crisi e il divario militare che la separa dagli Stati Uniti è enorme.

Piuttosto che i tweet infarciti di retorica di Trump e di Zarif, per avere un’idea dell’aria che tira davvero negli Stati Uniti – e magari per provare a immaginare cosa farà Biden – è più utile leggere l’editoriale apparso sul Wall Street Journal a firma di Kathryn Wheelbarger e Dustin Walker. Wheelbarger, in particolare, è repubblicana e ha lavorato nell’amministrazione Trump come funzionaria per la difesa.

In sostanza, i due criticano la scelta di aver mandato i B-52 in Medio Oriente: ci sono modi più efficaci per tenere sotto controllo l’Iran – dicono –, e poi questo schieramento di mezzi è uno spreco di risorse che potrebbero essere impiegate meglio per competere con i veri rivali dell’America, ovvero la Cina e la Russia.

Il Medio Oriente, complice anche la decarbonizzazione e il distacco dal petrolio, non è più una priorità per la politica estera statunitense, il cui perno si è da tempo spostato verso l’Asia-Pacifico. L’Iran inoltre – sebbene non vada sottovalutato – non è in grado di assumere l’egemonia sulla regione, considerate anche le sue debolezze interne. L’amministrazione Biden cercherà allora di riavvicinarsi a Teheran per potersi dedicare meglio sullo scontro con la Cina ma anche sul contenimento della Turchia di Recep Tayyip Erdogan, la vera potenza mediorientale in ascesa.

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L'AUTORE

Marco Dell'Aguzzo

Giornalista, scrive per eastwest, Il Sole 24 Ore e Aspenia. Si occupa di Messico e Nord America.
GUALA