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Obama a Hiroshima: si può fare

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Barack Obama potrebbe essere il primo presidente americano a visitare Hiroshima, 70 anni dopo la fine della Guerra del Pacifico. Questo almeno quanto trapelato negli ultimi giorni, a poco più di un mese dall’apertura del G7 in Giappone.

Keiko Ogura aveva 8 anni quando una bomba atomica rase al suolo la sua città natale. Lei per fortuna fu risparmiata. Oggi, a 78 anni, ha una speranza.

«Spero che Obama e gli altri leader del mondo vengano qui e cambino idea sulle armi nucleari», aveva confessato qualche giorno fa a Justin McCurry del Guardian. «Non vogliamo certo dire ai leader del mondo cosa pensare», aveva aggiunto. «Devono però vederla come un’occasione per guidare il mondo nella direzione giusta, perché solo loro hanno il potere per farlo».

Il desiderio della signora Ogura potrebbe finalmente avverarsi il prossimo maggio. Secondo quanto rivelato dall’Agence France Presse la scorsa settimana, l’attuale POTUS, potrebbe il primo presidente americano a mettere piede a Hiroshima, città simbolo della distruzione causata dalle armi nucleari.

Lo staff della Casa Bianca starebbe proprio in questi giorni finalizzando gli impegni di Obama in occasione del prossimo G7 che si terrà a Shima, scenografica località di mare nella prefettura di Mie, Giappone centro-occidentale. E niente, al momento, sembra escludere l’ipotesi di una visita a Hiroshima.

Sarebbe la prima volta nella città del memoriale della bomba atomica per un presidente in carica degli Stati Uniti. Per Obama, si tratterebbe dell’ennesimo appuntamento con la storia al termine del suo secondo mandato a capo della Casa Bianca.

Jimmy Carter, POTUS tra il ’77 e l’’81, ci andò, ma soltanto nell’ ’84, tre anni dopo aver lasciato la carica. La più alta autorità del governo USA a visitare Hiroshima finora è stata nel 2008 l’allora Speaker della Camera Nancy Pelosi.

Obama sarebbe dovuto andare l’anno successivo durante una visita in Giappone. In quell’occasione Obama aveva ribadito l’importanza di visitare Hiroshima e Nagasaki durante il suo mandato. Qualche mese prima di recarsi in Giappone, in un discorso a Praga, aveva detto che gli Stati Uniti avevano il «dovere» di guidare la transizione verso la fine della proliferazione nucleare come unica potenza nucleare «che aveva usato un’arma nucleare».

Ma alla fine non se ne fece nulla. Anche — aveva rivelato tempo fa Wikileaks — per l’ostruzionismo dell’amministrazione giapponese.

Forze interne alla diplomazia americana starebbero facendo pressione sull’amministrazione Obama in questo senso. Come suggerisce il Nikkei Asian Review, tra chi sostiene la necessità di un viaggio a Hiroshima di Obama, c’è Rose Gottemoeller, sottosegretario per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale della Casa Bianca e primo funzionario del governo americano a presenziare alle cerimonie attuali di commemorazione a Hiroshima e Nagasaki.

Gottemoeller è una figura di assoluta rilevanza nell’amministrazione USA: è stata lei la principale negoziatrice del New Strategic Arms Reduction Treaty firmato con la Russia nel 2010 ed è donna di punta delle politiche di sorveglianza e non proliferazione di Washington nel mondo.

Con lei c’è anche Caroline Kennedy, ambasciatrice Usa a Tokyo, molto vicina allo stesso POTUS, che nel 2013 la scelse, nonostante la sua mancanza di esperienza diplomatica e di conoscenza del Giappone, per continuare sulla strada di rafforzamento delle relazioni avviata dal predecessore, amico e finanziatore di Obama, John Roos — lui stesso peraltro primo ambasciatore USA a presenziare alle commemorazioni a Hiroshima nel 2010.

Anche dal campo conservatore c’è chi chiede a Obama di andare a Hiroshima. Come suggerisce il periodico The National Interest, potrebbe essere un’occasione  per rinforzare l’alleanza USA-Giappone, e mostrare al mondo che la superpotenza americana è ancora tale perché più di tutti saprebbe compiere un gesto di «onesta e dolorosa riflessione sulla propria storia». Fermo restando che non sarebbe un viaggio «di scuse», ma «di pace».

La decisione finale spetta come sempre al «comandante in capo». E Obama, si sa, è uno abituato a soppesare con cautela le proprie decisioni. Soprattutto perché se in Giappone c’è chi sostiene la necessità delle scuse americane per le bombe atomiche del ’45, negli Usa in molti hanno una percezione radicalmente opposta. E le eventuali scuse di un presidente democratico potrebbero, in periodo di primarie verso le elezioni presidenziali di novembre, favorire i repubblicani.

Prima di Obama sarà sicuramente il segretario di Stato John Kerry a visitare Hiroshima. Tra dieci giorni qui si terrà un vertice tra i ministri degli Esteri del G7. A fare da maestro di cerimonie il ministro degli Esteri nipponico Fumio Kishida, che proprio a Hiroshima ha il suo «feudo» elettorale. E che, proprio da qui, a più di settant’anni dalla tragedia e a sette dall’impegno preso a Praga proprio da Obama, vorrebbe lanciare un messaggio al mondo: una Dichiarazione per il disarmo e la non proliferazione nucleare firmata dalle più grandi potenze del mondo.

@Ondariva

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