Cosa succede a Idlib: jihadisti contro ribelli

Che succede a Idlib? L’area nel Nord-Est della Siria, dopo la battaglia per Aleppo, è diventata il maggior santuario per ribelli e jihadisti ma anche la cartina al tornasole degli sviluppi possibili in questa fase della guerra civile siriana.

Un uomo con la faccia sporca di polvere dopo un attacco aereo a Idlib in Siria. REUTERS/Ammar Abdullah
Un uomo con la faccia sporca di polvere dopo un attacco aereo a Idlib in Siria. REUTERS/Ammar Abdullah

Da molti mesi, ribelli e jihadisti (da intendere: le formazioni anti-Assad in qualche modo riconosciute dagli Usa, da altri Paesi occidentali e dalla Turchia, e le formazioni dei terroristi islamici finanziate dai Paesi del Golfo Persico) si combattono aspramente per il controllo di quella porzione di territorio e per il comando sui due milioni di persone che esso contiene. Ci sono state battaglie cruente in ottobre, in gennaio, in febbraio, con episodi raccapriccianti come l’esecuzione di  200 prigionieri di guerra, in gran parte membri dell’Esercito libero siriano, da parte di Jund al Aqsa, la milizia salafita. Battaglie spesso condotte con il piglio della campagna militare, per la conquista non solo di villaggi e campi ma anche di strutture decisive per la sopravvivenza dei miliziani e delle loro famiglie (i forni per il pane), per la conduzione delle operazioni militari (caserme, fabbriche di armi) e per la gestione dell’ordine pubblico (prigioni).

È quasi impossibile, ormai, tenere aggiornato il grafico di chi vince e chi perde. Sia per la frequenza degli scontri, sia per il numero delle fazioni (che si contano a decine) sia per la velocità con cui i vari gruppi si disgregano e si riaggregano in forme diverse.

Negli ultimi tempi, però, è sembrata approfondirsi la divisione tra due campi. Quello che ha il suo nucleo in Hayyat Tahrir al-Sham (Movimento di liberazione del Levante) e quello che si è radunato sotto la sigla Ahrar al-Sham al-Islamiyya (Movimento islamico degli uomini liberi del Levante). Il primo raccoglie in sostanza Al Qaeda e i suoi eredi. Il secondo raggruppava sia i ribelli del Libero Esercito Siriano e di altri gruppi sia i terroristi dei reparti salafiti.

La novità sta nel fatto che proprio questi ultimi, alla fine di gennaio, sono passati dall’altra parte e si sono uniti a Tahrir al-Sham. Particolarmente pesante la defezione degli oltre mille combattenti fedeli al generale Abu Jabar, noti per la loro tenacia e preparazione, che costituivano la spina dorsale dell’apparato militare di Ahrar al-Sham. La defezione, che potrebbe incentivarne altre, è stata solo in parte compensata dall’arrivo nelle file di Ahrar di piccole formazioni di ribelli che con i salafiti di Abu Jabar non avrebbero prima potuto convivere.

Tutto questo ha conseguenze paradossali. Dal punto di vista militare Ahrar al-Sham si è molto indebolito. Ma si è molto rafforzato dal punto di vista politico. Tahrir al-Sham è stato dichiarato anche dagli Usa (seppur tardivamente) un movimento terroristico. Ahrar, anche se non è “approvato” in modo ufficiale dagli Usa e dai Paesi occidentali, ha però all’interno l’Esercito libero siriano, che invece è uno degli interlocutori dell’Occidente ed è da anni sostenuto e finanziato dagli Usa e dalla Turchia.

Non solo. Ahrar al-Sham non siede, ad Astana, al tavolo delle trattative di pace che si svolgono sotto l’egida di Russia, Siria e Turchia. Ma alcuni dei gruppi che lo compongono sì, ed è quindi come se l’intero Ahrar fosse presente a quei colloqui oltre che essere, come si diceva, beneficiato dal sostegno offerto da Usa e Turchia.

Condizione importante nel lungo termine, cioè quando si comincerà a parlare dei futuri assetti della Siria. Ma anche nel breve termine. Perché è chiaro che siriani e russi, una volta riconquistate Aleppo, Palmira e forse Raqqa, muoveranno contro Idlib. E a quel punto avere un canale diplomatico aperto potrebbe essere un vantaggio per tutti: sia per i ribelli, che altrimenti dovrebbero combattere su due fronti (esercito regolare di Assad da un lato e jihadisti di Tahrir al-Sham dall’altro), sia per Assad e i suoi.

Così, dopo sei anni di feroce guerra civile, potrebbe anche succedere che il vero vincente sia il gruppo militarmente perdente. Paradossale ma non troppo, in una guerra feroce e inutile come quella che si combatte in Siria.

@fulvioscaglione

    

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