Il vuoto politico in Medio Oriente nella lotta fra vincitori e perdenti

E adesso? Dopo che il gigante americano si è scottato le dita in Siria, sembra questa la domanda che di colpo tutti si sono trovati ad affrontare. Ed è un quadro un po’ paradossale.

Due uomini sul treno a Baghdad Station, ad ovest di Aleppo. Siria, REUTERS/Omar Sanadiki
Due uomini sul treno a Baghdad Station, ad ovest di Aleppo. Siria, REUTERS/Omar Sanadiki

Barack Obama, John Kerry e Hillary Clinton sono usciti dalla scena del Medio Oriente. Loro, a giudicare secondo buon senso, sarebbero gli sconfitti. Volevano continuare a esportare democrazia facendo fuori Bashar al-Assad e la “sua” Siria ma l’intervento russo ha scombinato tutti i piani. Non solo: in un modo o nell’altro, i tre hanno pure perso la Turchia, da decenni alleato fedelissimo degli Usa e della causa atlantica. Recep Erdogan, l’imprevedibile maverick del Medio Oriente, sta provando a scuotersi di dosso l’ingombrante (ma spesso conveniente) tutela di Washington. Donald Trump, per parte sua, cerca di stare alla larga da questo calderone: qualche dispetto all’Iran, qualche buffetto a Israele e pochissimo d’altro. L’Arabia Saudita e le petromarchie del Golfo Persico, che tanto hanno investito sui ribelli moderati siriani e sui jihadisti, non sono riuscite ad abbattere Assad e, per di più, sono incagliate in una guerra in Yemen che pare logorare più loro dei ribelli Houthi.

Russia e Turchia dovrebbero esultare, in teoria. In pratica, al contrario, è proprio questo il momento in cui sembrano più incerte e smarrite. Le due hanno pure finito per spararsi addosso, con i russi che hanno ucciso quattro soldati turchi in un bombardamento alla periferia di Al Bab, proprio dove la collaborazione militare russo-turca dovrebbe dar prova di sé. Come se non bastasse, i tentativi di Putin ed Erdogan di far passare la cosa come un triste incidente e nulla più hanno avuto modesto successo: sono partite accuse (voi turchi non dovevate essere lì; ma come, eravamo lì da dieci giorni e voi russi lo sapevate benissimo), smentite, proteste un po’ più accese di quelle che ci si poteva attendere tra alleati incappati in un episodio sfortunato.

Erdogan, concentrato sul referendum del 18 aprile che dovrebbe trasformarlo nel nuovo sultano della Turchia, cerca di giocare a scacchi: appoggia l’Esercito libero siriano e prova a capire che cosa facciano i russi con il Partito dell’Unione democratica curdo e gli americani con le Unità di protezione popolare del Rojava curdo, che agli occhi di Ankara non sono che terroristi con diverso nome.

Il Cremlino, peraltro, continua a invitare gli Usa a partecipare allo sforzo di disegnare la Siria del futuro, ad Astana o altrove. Ma la Casa Bianca fa orecchi da mercante, nicchia. E non solo perché Donald Trump, intimidito dall’accusa di essere stato aiutato dagli hacker russi, ha bisogno di non mostrarsi troppo amico di Putin.

Insomma: chi ha “perso” si è tolto dai guai, chi ha “vinto” comincia a sospettare che i guai siano davvero troppo grossi. Il risultato è che tutti continuano a passarsi la palla e in Medio Oriente si è aperto un vuoto di iniziativa politica che nemmeno le iniziative militari (Mosul, Palmira, Al Bab…) riescono a mascherare.

Il tutto dovrebbe dimostrare che la situazione del Medio Oriente è così grave, ormai, da poter essere decentemente affrontata solo con uno sforzo davvero internazionale. Proprio ciò che non è avvenuto finora, non sta avvenendo adesso e, con ogni probabilità, non avverrà nel prossimo futuro.

@fulvioscaglione

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