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Brexit: suicidio di massa realizzato!

La Brexit diventa realtà. La Gran Bretagna ha scelto di uscire dall'Unione europea. Travolto da un referendum che resterà per sempre il suo storico azzardo - indetto tra l’altro sulla pelle del suo popolo - Cameron  alla fine ha scelto di dimettersi (e come avrebbe potuto fare altrimenti?). Lascerà il posto a un nuovo Premier. Il favorito per sostituirlo ad ottobre è l'ex sindaco di Londra Boris Johnson, capofila della campagna "Leave" e amico-nemico del Premier. Il risultato ha fatto perdere alla sterlina il 10% in una notte, al minimo da 31 anni. Le borse europee hanno perso in media l'8% in apertura, mentre il settore bancario britannico è crollato del 30%. La Banca d'Inghilterra ha promesso di prendere "tutte le misure necessarie" per garantire la stabilità dei mercati ma per il momento non è bastato. 

REUTERS/Kevin Coombs

Se queste sono state le primissime reazioni post-voto, le conseguenze nel medio-lungo periodo sono perfino più temibili. Il Regno Unito, entrerà in recessione, perderà posti di lavoro ed investimenti. Pur con qualche leggera differenza sui numeri, infatti, tutti oramai dalla Bank of England, al Tesoro britannico fino al Fondo Monetario Internazionale, sono concordi nel ritenere che l’uscita dall’Ue avrà un impatto negativo, con una ricaduta pesante sulla sterlina e un danno permanente all’economia britannica con brusco calo del Pil, degli investimenti, dell’export: secondo il Treasury UK, il costo ammonterà ad perdita annuale per famiglia di €5.590, che significa una perdita di PIL pari a 6,2% dopo 15 anni dall’uscita e €46mld di buco di bilancio. Inoltre, l’incognita sulle negoziazioni commerciali post-Brexit potrebbe causare anche fino a 10 anni di incertezza economica. Le industrie più vulnerabili sarebbero sicuramente quelle altamente dipendenti dal mercato europeo ed in cui più della metà delle esportazioni sono dirette verso l'UE.  Le esportazioni del settore chimico potrebbero subire una perdita di € 9 mld, seguirebbero macchinari e attrezzature con una perdita di  € 4,5 mld ed industria automobilistica con € 3,8 mld di perdite. Non a caso, i big dell’auto (come Honda o Toyota), con circa 1,6 milioni di veicoli prodotti, potrebbero decidere di lasciare il Regno Unito. Anche se le conseguenze principali saranno avvertite sul suolo britannico, potrebbero aversi ripercussioni anche in altri Paesi europei, se i leader principali (Merkel Hollande, Renzi) non rilanciano immediatamente il progetto verso l’obiettivo federale, con chi ci sta. A partire da oggi in Europa si apre infatti una stagione di delicatissimi appuntamenti elettorali: si parte con le elezioni in Spagna, senza governo da sei mesi e con la formazione euro-critica Podemos tra i favoriti; ad ottobre si terrà il referendum costituzionale in Italia; a marzo 2017 ci saranno le elezioni parlamentari in Olanda (con il partito euroscettico di Geert Wilders che ha appena chiesto il referendum sull’Ue); ad aprile 2017 si terranno le elezioni presidenziali in Francia (dove il Front National, che chiede la Frexit, è destinato ad arrivare ai ballottaggi), ad ottobre 2017, infine, sarà il turno delle elezioni parlamentari in Germania (dove però il partito euro-scettico Afd ha un peso politico più marginale rispetto ai partiti dell’establishment). L’esito del referendum britannico rappresenta anche una formidabile opportunità per  ripensare l'UE e mostrare ai cittadini che l’Europa sa anche essere la soluzione dei loro problemi, in un mondo in cui la dimensione nazionale è troppo piccola. L’Europa ha l’opportunità di uscire più forte di prima se sfrutterà questa wake- up call per rilanciare il processo di integrazione. Non posso dire lo stesso del Regno Unito però. I britannici hanno scelto la dimensione nazionale (sognando il ritorno dell’Impero…), ma le conseguenze e le incertezze legate a questa scelta sono semplicemente incalcolabili. E non mi riferisco solo alle conseguenze economiche - rischio recessione, crollo sterlina, perdita posti di lavoro ed investimenti, futuro incerto in assenza di accordi commerciali -  ma anche politiche – perdita di influenza a livello internazionale, rischio Scottix, rischio disgregazione a causa delle tendenze centrifughe in Galles e Irlanda del Nord, smembramento Partito Conservatore e possibili nuove elezioni.

Il Mahatma Ghandi diceva spesso “Se non avessi avuto senso dell’umorismo, probabilmente mi sarei suicidato”. Ecco, speriamo almeno che il famoso sense of humor inglese alla fine salvi i britannici da se stessi, perché un “suicidio” quanto meno politico ed economico lo hanno già compiuto! Oltre alla chiara sconfitta di Cameron, il rischio dei prossimi 18 mesi è che il Regno Unito si ridimensioni ad una Singapore europea (ridotta alla sola Inghilterra, senza Cina, però), fuori dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: Dio salvi la Regina…

@GiuScognamiglio

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