Giovanni Tria. REUTERS/Tony Gentile
Giovanni Tria. REUTERS/Tony Gentile

«Un’alternativa c’è», dichiara Romano Prodi in un’intervista del 5 ottobre. «Le elezioni europee possono segnare un punto di svolta». Prodi pensa a un fronte anti-populista europeo che si estenda da Tsipras a Macron, un’alleanza ampia tra socialisti, liberali, Verdi e macronisti. Un gruppo di alleati esteso, accomunato da una condivisa idea di Europa, e anche rafforzato dallo spostamento a destra in corso nel Ppe. Romano Prodi traccia anche le linee guida di quello che potrebbe essere un programma comune di questo schieramento alternativo: «Una politica economica da affiancare all’euro, la lotta alle disparità, la difesa comune e una linea condivisa su immigrazione, sicurezza, giovani e lavoro».


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Sul fronte interno valuta ‘pericolosa’ la manovra finanziaria, non tanto per i numeri (sui quali comunque il governo sembra avere poca padronanza) ma perché appare come una manovra d’emergenza, con effetti a breve termine e utile soprattutto a fini elettorali in vista delle europee di maggio 2019.

Il governo gialloverde continua ad avere il vento in poppa in termini di consensi da parte degli elettori, che al 60% approvano il suo operato. L’alleanza tra M5S e Lega garantisce una solida maggioranza e potrebbe durare, soprattutto adottando il rinvio dei nodi da sciogliere, osserva Prodi.

La manovra molto espansiva scommette tutto sulla crescita, senza rete, con la convinzione che la macchina economica possa ripartire velocemente, con le semplificazioni, gli investimenti pubblici e con il contributo di un indebitamento annunciato per tre anni consecutivi, che in pochi mesi, già nel 2019, dovrebbe regalare 7 decimali di crescita. Un progetto molto ambizioso, che, se tra tre anni non raggiungesse i risultati sperati, lascerebbe il Paese sull’orlo di un collasso e potrebbe rivelarsi un percorso suicida più che ‘coraggioso’.

Il famigerato 2,4%...

«I numeri non sono sacri», dice Romano Prodi nella stessa intervista al Corriere della Sera, ma le politiche dietro ai numeri si. Osservando una retrospettiva dei numeri delle manovre finanziarie degli ultimi dieci anni infatti, il famigerato 2,4% non fa scandalo. 

La manovra finanziaria del 23 settembre 2017 prevedeva un rapporto deficit/pil del 2,1% ma il dato reale è stato il 2,4%.

Secondo i dati Eurostat, nel 2013 il rapporto deficit/pil era del 2,9%. Nel 2014 aveva raggiunto il 3%. Nel 2015 il 2,6%. Nel 2016 il 2,5%.

Andando indietro: nel 2008 (anno della crisi mondiale) il rapporto deficit/pil italiano è passato dal 2,6% al 5,2% del 2009, anno in cui l’Italia ha rischiato pesanti sanzioni dall’Unione europea. A partire da quel momento, i governi italiani che si sono succeduti hanno iniziato a dare priorità al problema dei conti pubblici e così: nel 2010 il deficit è sceso al 4,2%, nel 2011 al 3,7% e nel 2012 al sospirato 2,9%, cioè sotto la soglia del 3%, come stabilito dal Trattato di Maastricht. 

Oggi, alla vigilia di un triennio che parte con l’annunciato deficit al 2,4%, molti temono che, per eccesso di ottimismo ‘elettorale’, i conti italiani precipitino di nuovo in un buco nero, che imporrà poi nuove severe politiche di austerity, che la popolazione non si merita e probabilmente non sopporterebbe. 

Sarà indispensabile, per un giudizio finale, aspettare la versione finale della manovra e le politiche che andrà a sostenere. E soprattutto, da questi numeri, abbiamo capito che chi si è succeduto al governo negli ultimi 10 anni non ha alcun titolo per criticare l’attuale manovra...

@GiuScognamiglio

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