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L'Unico insuccesso di Monti

Dobbiamo riconoscere almeno un merito al “troppo tecnico” Mario Monti: la fatica di riportare il nostro deficit sotto il 3% snocciolerà qualche effetto benefico già da questi prossimi mesi.

Proviamo a capire come e perché, spiegando anche come siamo arrivati alla procedura di infrazione, dal momento che non tutti gli opinionisti che hanno scritto in questi giorni sui media sembrano avere le idee chiare in proposito. Per evitare eccessivi disavanzi di bilancio, il Trattato di Maastricht ha imposto agli  Stati membri due parametri: un rapporto disavanzo/PIL non superiore al 3% e un rapporto debito pubblico/PIL sotto il 60%. La procedura per disavanzo eccessivo è un’azione promossa dalla Commissione europea nei confronti di uno Stato membro dell’Unione che superi il limite stabilito per il deficit di bilancio, con il fine di incentivarlo ad adottare adeguate misure correttive. La procedura non scatta se il superamento del valore di riferimento del 3% viene considerato di natura temporanea ed eccezionale. Se, invece, si ritiene che il disavanzo sia eccessivo, si chiedono misure correttive, fino a che il disavanzo stesso rientri in maniera duratura e sostenibile.

La procedura di infrazione per eccesso di deficit è stata aperta nei confronti dell’Italia nell’ottobre 2009, quando il rapporto disavanzo/PIL era al 5,3%. Per il 2012 la Commissione stima un rapporto deficit/PIL del 3%, e del 2,9% per il 2013. Con il via libera alla chiusura della procedura per deficit eccessivo, formalizzata due giorni fa, Bruxelles certifica, appunto, che il rapporto deficit/PIL per l’Italia non dovrebbe  discostarsi significativamente dalla soglia del 3% sia quest’anno che nel 2014. Questa decisione è stata anche il risultato dell’autorevolezza di un Ministro come Saccomanni, che ha frequentato da sempre i circoli internazionali della finanza: mi risulta infatti che non sia stato facile convincere il Commissario Rehn a superare le sue preoccupazioni ed emettere, di fatto, un giudizio positivo sull’attuale stato dei conti italiani. In un clima denso di pregiudizi nei confronti del nostro Paese, è toccato anche a me dover spiegare l’altro ieri a Parigi, ad alcuni economisti dell’OCSE (i cosiddetti “addetti ai lavori”), che l’uscita dalla procedura di infrazione non scatta automaticamente ma comporta una valutazione discrezionale …

Mi aspetto conseguenze immediate: è molto probabile un miglioramento del rating sul nostro paese e quindi una riduzione dello spread, cioè degli interessi da pagare sia sul debito pubblico che sulla raccolta bancaria, effetti positivi che si rifletteranno sulle condizioni di credito alle imprese. Si avrà, inoltre, un impatto positivo in termini di nuove risorse finanziarie che potranno essere utilizzate dal Governo, a partire dal bilancio 2014, se avrà successo il negoziato con Bruxelles, per poter tornare ad investire in infrastrutture (investimenti pubblici produttivi, con progetti cofinanziati dalla UE, che potrebbero essere scomputati dal calcolo del disavanzo) e in un piano sul lavoro.

L’archiviazione della procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia non sarà, però, “senza condizioni”. Nel documento che chiude la procedura, Bruxelles indicherà sei raccomandazioni che dovremo seguire: proseguire sulla via del consolidamento di bilancio, portare avanti il processo di riforme strutturali per rilanciare crescita e occupazione (focus sulla riforma della Pubblica Amministrazione), intervenire in maniera attiva per rendere il sistema bancario più efficiente e produttivo, garantire più flessibilità nel mercato del lavoro, alleggerire la pressione fiscale su lavoro ed imprese, garantire una maggiore apertura alla concorrenza del mercato dei servizi. 

Il lavoro per il Governo Letta non manca, dunque, ma le premesse annunciate dal Premier sembrano corrette: non abbiamo speranze di condurre il Paese fuori dal sesto trimestre consecutivo di recessione (prima volta da quando esiste l’euro) se non individuiamo una ricetta europea, che ci accomuni nella ripresa ai nostri partner principali, inclusa la potente Germania, che ha cominciato a intuire che, senza i nostri consumatori, l’Europa “made in Germany” rischia di naufragare.

  

 

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