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Noi Europei, insieme possiamo sconfiggere Isis! Intervista a Franco Roberti

Come abbiamo sconfitto il terrorismo brigatista in Italia. L'antimafia è una storia di successo. Infatti oggi la Procura antimafia si occupa anche di antiterrorismo. Ci sono connivenze nei nostri paesi con il terrorismo di matrice islamica?

Photo credits www.ilnapolista.it

Giuseppe Scognamiglio, direttore di Eastwest, intervista Franco Roberti, Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo

GS: Procuratore, nella lotta alla mafia il nostro Paese è un benchmark, un riferimento. Siamo all’avanguardia. C’è qualcos’altro che potremmo fare per completare il successo o, comunque, la buona organizzazione dell’antimafia di questi anni?

FR: Noi abbiamo un quadro normativo e un’esperienza investigativa molto importante nel contrasto alle mafie. Un quadro normativo che purtroppo non hanno gli altri Paesi, nemmeno quelli dell’Unione europea, e questa mancanza di armonia negli ordinamenti della Ue è un grave limite quando - per esempio - inseguiamo i capitali mafiosi all’estero. Più in generale, ci sono difficoltà nelle indagini collegate con Paesi dove gli ordinamenti sono diversi dal nostro, anche se le cose sono migliorate negli ultimi tempi, grazie alle normative sovranazionali poi recepite a livello di Stati membri: penso per esempio alle squadre investigative comuni europee, costituite per poter indagare quando il fenomeno criminale riguarda più Paesi all’interno dell’Unione. Quindi gli strumenti normativi, pur con molta lentezza, si stanno avvicinando tra loro. Ora, purtroppo, registriamo lo “sfilamento” del Regno Unito dall’adeguamento ai principi della Convenzione di Palermo contro il crimine organizzato; ed è grave, perché il Regno Unito rischia di diventare sempre più il punto di approdo dei capitali illeciti, se non avremo la possibilità di dialogare facilmente con le autorità inglesi. L’esperienza nel contrasto alle mafie, comunque, ci è servita moltissimo anche per contrastare il terrorismo.

Negli anni ’80, l’emergenza terroristica giovò alle mafie, polarizzando l’attenzione dello Stato contro il terrorismo. Le mafie si rafforzarono e fu proprio allora che Riina diventò Riina, i Corleonesi diventarono i Corleonesi e cominciarono a trafficare droga con gli Stati Uniti: perché non c’era attenzione da parte dello Stato. Il grande merito del Pool Antimafia di Palermo, di Falcone, di Chinnici e di Borsellino fu riportare l’attenzione sui traffici di Cosa Nostra. Tutto cominciò a Palermo. Con il primo Maxiprocesso, conclusosi nell’87 grazie alla collaborazione di Buscetta e di altri pentiti, si fissò un punto fermo: Cosa Nostra era un’organizzazione criminale internazionale, con agganci un po’ dappertutto, che operava a tutti i livelli, anche a livello economico-finanziario e che aveva complici esterni molto forti. Furono confermate da parte dei capi di Cosa Nostra anche le relazioni politiche e con il mondo dell’impresa. Tutto ciò avveniva a metà degli anni ‘80 e poi fu progressivamente confermato dalle indagini successive al Maxiprocesso. La Procura Nazionale Antimafia è nata nel ‘92 per volontà di Giovanni Falcone, che ne sarebbe diventato sicuramente il capo se non fosse stato ucciso e che, forse, è stato ucciso anche per impedirgli di diventare Procuratore nazionale. L’idea di Procura Nazionale di Giovanni Falcone è quella di un ufficio di coordinamento e di impulso investigativo che possa promuovere e rendere sempre più efficaci le indagini più significative. Questo compito la Procura Nazionale Antimafia l’ha svolto bene – lo posso dire perché ne sono a capo da tre anni e ne ho fatto parte in passato per otto come sostituto. Questo compito di coordinamento e di impulso investigativo lo abbiamo svolto talmente bene che i legislatori, il Governo e il Parlamento, ci hanno riconosciuto l’anno scorso anche la competenza al coordinamento in materia di contrasto al terrorismo. Il riconoscimento delle competenze al Procuratore Nazionale Antimafia, anche in materia di terrorismo, nasce proprio dall’accertata affinità operativa tra mafia e terrorismo. Sono fenomeni diversi: le mafie non hanno altro credo che non quello dell’arricchimento, il terrorismo ha un’ideologia molto forte, transnazionale, apocalittica. Sono fenomeni diversi, che però sul piano operativo spesso s’incrociano. Sappiamo che il terrorismo internazionale si alimenta e si autofinanzia anche con attività mafiose come l’estorsione, i traffici di droga, i contrabbandi di petrolio dall’Iraq, il riciclaggio. Direi quindi che il terrorismo internazionale è una forma di criminalità transnazionale al pari delle mafie e deve essere contrastato con gli stessi strumenti operativi che abbiamo da tempo messo a punto per le organizzazioni mafiose e che sono in fase di progressivo affinamento.

GS: Quindi Procuratore, mi pare di capire che la famosa frase di Falcone “Follow the money” sia ancora attuale…

FR: Solo prosciugando le casse delle mafie così come quelle del terrorismo, le rendi veramente impotenti. E’ l’alimentazione finanziaria che muove le azioni criminali: i terroristi hanno bisogno di soldi per gli appoggi logistici, per le armi, per corrompere…Hanno bisogno di soldi e togliendoglieli, li si priva dello strumento operativo. Di più vale per le mafie, la cui finalità è l’arricchimento; il nostro obiettivo deve essere quello di sottrarre ricchezze illecite all’organizzazione.

GS: Sul terrorismo mi pare che lei abbia detto chiaramente che, dopo Parigi, sono migliorati gli scambi delle informazioni tra intelligence...

FR: C’è sempre il rischio che si ricada nei vecchi vizi. Però, c’è stata una reazione!

GS: E che mi dice di quei finanziamenti al terrorismo – secondo alcuni - con connivenze occidentali?

FR: I canali di finanziamento al terrorismo sono infiniti! Pensiamo al finanziamento dell’Arabia Saudita alle formazioni wahabite e sunnite, con il solo fine di contrastare gli sciiti. Tutti questi soldi sono in parte finiti anche allo Stato Islamico, perché Isis è una formazione sunnita-wahabita. Intendiamoci, non tutti i salafiti e wahabiti sono terroristi ma tutti i terroristi sono salafiti e wahabiti quindi c’è un cordone ombelicale…

GS: Come si fa a interrompere questi circuiti finanziari? Siete voi Procure che dovete farlo? Sono i Governi…?

FR: No. Questo è un grande problema politico: per esempio se la Turchia ha offerto fino a ieri - non so se lo fa ancora - appoggi logistici ai Foreign Fighters in Siria, non per questo possiamo dire che il Governo turco finanzia il terrorismo. E noi con i Turchi abbiamo un buon dialogo ma non possiamo negare che la Turchia ha offerto, in una certa fase del conflitto, appoggi logistici ai Foreign Fighters, chiaro? I Paesi interessati, in prima battuta, devono contrastare queste forme di finanziamento.

Noi i terroristi interni li abbiamo sconfitti! Non abbiamo ancora sconfitto i mafiosi, ma i terroristi sì, perché li abbiamo isolati rispetto al contesto della società civile. Tutte le organizzazioni criminali, terroristiche, mafiose hanno sempre una fascia grigia di complicità, di favoreggiamento: per fortuna il terrorismo è stato isolato e per questo sconfitto. Ma è stato isolato soprattutto dalla politica, tutta la politica senza distinzione, che ha fatto muro contro il terrorismo. Questo è un punto chiave.

GS: Una parte dei soldi perviene ai terroristi attraverso i trasferimenti bancari: qual è la struttura che deve intercettarli? Il Ministero dell'Interno?

FR: Certamente il Ministero dell'Interno, le forze di Polizia… Attraverso i meccanismi dei money transfer, noi vediamo i trasferimenti monetari, che spesso finiscono in mano a soggetti collegati ai terroristi o direttamente a questi ultimi. Stiamo ricostruendo una rete di relazioni che potrebbe sfociare in una rete criminale non ancora scoperta. Per fortuna, non ci sono stati attentati terroristici nel nostro Paese: le reti relazionali fondate sulle reti money transfer possono rintracciare anche soggetti già indicati come terroristi e già coinvolti in attentati, come a Parigi nel novembre scorso. Ci sono, li abbiamo catalogati, sono oggetto di indagine…

GS: Per interrompere i flussi finanziari di sostegno ad ISIS, che cosa sta facendo il Ministero dell’Interno Italiano insieme a Ministeri di altri paesi?

FR: Innanzitutto, le forze di polizia fanno le prime indagini e poi il magistrato le coordina e le dirige. Noi abbiamo creato insieme con i colleghi di altri Paesi uno strumento positivo, che sta funzionando, costituito dallo scambio informativo immediato, anche attraverso Eurojust. Le informazioni circolano, ma poi bisogna attivare le indagini. Quello che facciamo alla Procura Nazionale è esattamente questo: acquisiamo le informazioni, le raccogliamo, le elaboriamo con la nostra base dati e le rilanciamo sotto forma di impulsi investigativi; mettiamo le Procure distrettuali in condizione di fare le indagini, di arrivare alla rete relazionale, di fare le intercettazioni.

GS: Quindi se si scopre che da una determinata fonte arrivano finanziamenti ad ISIS e la vogliamo interrompere, siamo in grado di farlo oggi?

FR: Assolutamente sì. Sono aumentate del 100% le segnalazioni delle operazioni sospette di finanziamento sul territorio. Abbiamo un meccanismo di antiriciclaggio e antifinanziamento al terrorismo fondato sul sistema delle segnalazioni delle operazioni sospette, che devono pervenire a noi dalle banche e, più in generale, dal sistema finanziario dei professionisti. Cioè, ogni volta che un bancario rileva un’operazione sospetta o di riciclaggio o di finanziamento deve segnalarlo all’UIF (Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia), la quale poi la manda a noi attraverso i due canali di polizia (che sono la DIA e il Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza) e infine noi l’elaboriamo. Abbiamo creato questo sistema di elaborazione immediata, in tempo reale, delle SOS − Segnalazioni Operazioni Sospette – grazie al quale le segnalazioni si stanno moltiplicando. La circolazione completa e tempestiva di queste informazioni è il risultato di una sensibilitá politica e storica italiana, che può essere esportata in Unione europea, ma che interessa anche la Russia, gli Stati Uniti, tutto il mondo.

GS: Per esempio, alcuni ricercatori ci dicono che certi acquisti di petrolio provenienti dalla Siria e dalla Libia possono trasformarsi, attraverso meccanismi di sovrafatturazione, in forme di finanziamento del terrorismo. E’ verosimile?

FR: Si tratta di ipotesi che vanno suffragate dalle indagini…

GS: Paragonandoci con due anni fa, dunque, oggi siamo molto più efficaci, abbiamo interrotto parecchi di questi finanziamenti…

FR: Vorremmo fare di più. È necessario contrastare il finanziamento e stiamo facendo ogni sforzo per moltiplicare le piste investigative…

GS: Le faccio una domanda alla quale può anche non rispondere: le difficoltà ad essere più incisivi in questa interruzione di traffico hanno a che vedere anche con connivenze in Occidente?

FR: Non lo so. So che ci sono difficoltà operative obiettive, perché non tutti i sistemi sono uguali: sistemi giuridici diversi, prassi operative diverse; sistemi di polizia che si muovono diversamente. Dicevo prima che le squadre investigative comuni saranno importanti quando entreranno in operatività, perché saranno squadre investigative dirette da un pubblico ministero. Saranno poliziotti di vari Paesi: far lavorare insieme le polizie significa fondare una prassi operativa comune, che può aiutare alla lunga gli ordinamenti ad armonizzarsi. Ma tutto ciò funziona bene solo se c’è cooperazione internazionale e scambio informativo, che non può riguardare soltanto i Paesi dell’Unione Europea! Perché abbiamo fatto l’accordo a Belgrado con il Kosovo, la Bosnia-Erzegovina, l’Albania, la Slovenia? Perché da questo corridoio passa tutto! Possiamo anche accontentarci di Eurojust e dei paesi UE, ma la stessa Eurojust rischia di diventare una scatola vuota nel momento in cui non viene alimentata. Alimentare il sistema di circolazione informativo è faticoso, ma è fondamentale.

GS: Allora, vediamo se posso riassumere così per i nostri lettori il suo messaggio: stiamo facendo degli sforzi enormi per migliorare il coordinamento internazionale. Un coordinamento europeo è importantissimo ma non sufficiente.

FR: Necessario ma non sufficiente…

GS: …e dobbiamo quindi puntare a una collaborazione la più ampia possibile, idealmente globale!

FR: ...e a un coordinamento effettivo tra tutti i Paesi interessati veramente a contrastare il fenomeno del terrorismo internazionale. Sappiamo che alcuni Paesi hanno avuto atteggiamenti ambigui! Dopodiché ognuno fa il proprio dovere: noi facciamo il nostro di magistrati. Cerchiamo di dare un piccolo contributo a far funzionare il sistema…

GS: Ma alla fine non mi sembra un contributo tanto piccolo; è fondamentale migliorare la collaborazione internazionale, quindi la vostra iniziativa di cercare alleanze è imprescindibile per poter garantire risultati.

FR: Noi crediamo moltissimo in questo accordo con i Serbi, con l’area Balcanica, tanto è vero che abbiamo scritto ai Ministri italiani della Giustizia e degli Esteri, chiedendo di inserire in agenda per l’anno prossimo - quando si terrà qua a Roma il Forum dei Balcani - un punto su "Giustizia e Sicurezza"

GS: Qui era pieno di diplomatici che hanno ascoltato le sue parole dal palco…

FR: Giustizia e Sicurezza! E’ fondamentale! L’idea è di trasformare questo accordo in una conferenza permanente, quindi un luogo diverso da quello dove si parlano gli Stati; vorremmo creare un meccanismo di comunicazione tra i procuratori. Un piano più basso, se vogliamo, ma più operativo, più concreto. Però poi, dove ci areniamo? In un problema economico. Perché non siamo in grado di organizzare la conferenza Balcanica con tutti i 12 Paesi che hanno firmato con noi: non abbiamo i soldi per farlo! Quindi abbiamo bisogno di qualcuno che abbia le disponibilità per organizzare. Può sembrare banale, ma è così. E invece è importante la conferenza permanente, è fondamentale! Ma esula dalle nostre disponibilità organizzative e finanziarie.

GS: Procuratore, in bocca al lupo da tutti i nostri lettori!

FR: Grazie a lei. Buon lavoro.

@GiuScognamiglio

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