11 giugno 2018 - Le notizie della settimana in Italia

Luigi Di Maio e Giuseppe Conte in aula. REUTERS/Tony Gentile
Luigi Di Maio e Giuseppe Conte in aula. REUTERS/Tony Gentile

È difficile astrarre dalla inadeguatezza nei comportamenti istituzionali dei componenti del nuovo Governo ed emettere quindi un giudizio solo tecnico-politico. Anche perché in una democrazia, nelle istituzioni, la forma è anche sostanza. Siamo quindi messi male...


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IL GOVERNO OTTIENE LA FIDUCIA

Questa settimana, a Roma, il governo Conte (sostenuto dalla maggioranza M5S-Lega) dopo il sì del Senato, ha ottenuto anche la fiducia della Camera dei Deputati. Come precedentemente annunciato, si sono confermati i ‘no’ di Forza Italia nel centrodestra e del Pd. L’esecutivo giallo-verde partiva da 346 voti favorevoli: i 222 deputati pentastellati e i 124 deputati del Carroccio. A questi si sono aggiunti i voti favorevoli di alcuni deputati ex M5S e del gruppo Misto, per un totale di 350 voti a favore, 236 contrari e 35 astensioni.

“Un certo Giuseppe Conte” - come lo ha definito Eugenio Scalfari su Repubblica - ha provato a presentarsi mercoledì mattina non solo al Parlamento, ma al mondo, nel suo inedito ruolo di responsabile istituzionale. Inevitabili le ironie su alcune sue evidenti incertezze e ingenuità. Più preoccupanti alcuni passaggi in perfetto stile populista, come quando ha annunciato che “sicuramente rivedrà i provvedimenti sul credito cooperativo e sulle banche popolari, per recuperare la loro funzione di aiuto al tessuto produttivo meno visibile, quello delle piccole e medie imprese.” Ricordiamo che agli inizi degli anni ‘90, prima delle privatizzazioni, in Italia si contavano 10mila banche, largamente inefficienti. Oggi,  dopo una lunga traversata nel deserto del processo di privatizzazione innescato dalla legge Amato-Ciampi, siamo a 650. In UK, ce ne sono 25...

Conte ha voluto anche mostrare una specifica competenza tecnica in materia, sottolineando l’importanza di distinguere tra le banche che erogano credito e banche di investimento, inserendosi a sorpresa in un dibattito che si svolge in Europa e nel mondo da una decina di anni, con decisioni che certamente non potranno essere prese facilmente a livello nazionale. Conte ha poi accennato alla necessità di migliorare il sistema giudiziario e di attrarre nuovi investimenti, operazione non facilissima, se contemporaneamente si affosseranno Ilva, gasdotto in Puglia e TAV.

Anche il Ministro dell’interno e vicepremier, Matteo Salvini, si è occupato di temi economici, reiterando il ritornello della flat tax (che ormai non è già più flat, dal momento che si parla di due soglie...) e l’impegno “sacro” di “smontare pezzetto per pezzetto” la legge Fornero. Aspettiamo tutti con ansia che storia ci racconteranno sulle coperture...

Ritengo comunque che avere un Governo sia una buona notizia. Non potevamo continuare con una perenne incertezza e di questo clima dobbiamo ringraziare il PD renziano che, insieme a Forza Italia, ha pensato di imbrigliare gli avversari politici con una legge elettorale scellerata. È sempre il peggiore degli errori scrivere una regola elettorale per tentare di favorirsi... la storia ci insegna che non funziona mai...

I TANTI ‘SE’ DELLA FLAT TAX

Questa settimana, a Roma, il Ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini ha ribadito il bisogno della flat tax. Tuttavia, se questa dovesse realizzarsi, è opportuno sottolineare innanzitutto che si tratterebbe ben poco di una riforma fiscale ‘populista’. Salvini non sembra infatti spaventato dal fatto che la flat tax aiuti soprattutto chi guadagna di più, mentre ha effetti limitati per chi ha un reddito più basso. “L’importante è che ci guadagnamo tutti” ha dichiarato Salvini, “se uno fattura di più è chiaro che risparmia di più, reinveste di più, assume un operaio in più, acquista una macchina in più e crea lavoro in più”. Il ragionamento parrebbe sensato, tuttavia non è matematico: la flat tax può infatti avere effetti multipli e non sempre compatibili tra loro. Questo dipenderà da come gli italiani percepiranno i tagli sulle imposte.

Possiamo prevedere due scenari:

1) se la riduzione delle tasse verrà percepita come misura provvisoria, potrebbe prevalere l’aumento dei risparmi. Lo stesso effetto è riscontrato dai famosi 80 euro di Renzi che, malgrado fossero destinati ai redditi più bassi e orientati al consumo, non si sono trasformati in maggiori consumi ma piuttosto in una forma di risparmio;

2) oppure i tagli potrebbero contribuire ad un aumento del consumo, perché percepiti come durevoli. L’esperienza di George W. Bush (alla quale si sta chiaramente ispirando anche la riforma fiscale di Donald Trump) insegna che l’idea di Salvini non è poi così assurda: i tagli fiscali ai redditi maggiori, con lo scopo di aumentare i risparmi e quindi gli investimenti degli Americani, si sono tradotti in un aumento degli acquisti di beni durevoli. In altre parole, questa riforma fiscale potrebbe indurre gli Italiani ad acquistare quella ‘macchina in più’ di cui parla Salvini.

Si tratta dunque di un gioco di percezioni, nel quale il debito pubblico, le tensioni sui mercati e le polemiche con l’Europa non giocano a favore del secondo scenario. Al contrario, danno l’idea che i tagli alle imposte siano presto destinati a essere abrogati. Se però quanto sostiene Salvini dovesse realizzarsi, si potrebbe presentare un altro problema: se la produzione non dovesse aumentare in pari misura dei consumi, una parte del surplus (spese in eccesso) potrebbe alimentare i prezzi e quindi l’inflazione.

I ‘se’ riguardo ad un possibile successo della flat tax sono decisamente troppi e anche se la fortuna dovesse giocare dalla parte dell’economia italiana, solo una maggiore solidità del Paese potrà determinare un mantenimento dei benefici.

@GiuScognamiglio

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