Il primo governo giallo-verde e le altre notizie dall'Italia

21 maggio 2018 - Le notizie della settimana in Italia

Il leader del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio. Reuters
Il leader del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio. REUTERS/Tony Gentile

Il primo governo giallo-verde

Nei giorni scorsi, Lega e Movimento 5 Stelle hanno rilasciato la bozza di programma del nuovo governo. Un accordo per certi versi ardito, perché deve condensare due programmi elettorali simili su pochi punti ed estremamente contrastanti su molti altri. Il presidente Mattarella è ancora in attesa di un nome da indicare come premier che, salvo imprevisti, spetterà ai pentastellati. In lizza: Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede e l’ex direttore di Sky Tg24, Emilio Carelli, tanto per citare solo alcuni dei nomi che sono circolati, a testimoniare la difficoltà dei sudditi di Beppe Grillo di trovare un nome con una reputazione adeguata all’incarico.

I due leader, Salvini e Di Maio, dovrebbero entrare nel governo con portafogli importanti per i rispettivi elettorati: Sviluppo Economico o Interno per il leghista e Lavoro per i 5 Stelle. 

L’accordo, che consta di 39 pagine, comprende alcuni dei temi salienti, già discussi in campagna elettorale: 1) funzionamento del governo e codice etico; 2) ambiente; 3) debito pubblico e flat tax; 4) diritti e sicurezza; 5) esteri; 6) immigrazione; 7) sanità e pensioni.

Per quanto riguarda la flat tax, per esempio, le parti ritengono di poter gestire le conseguenti pressioni sul debito pubblico con improbabili incrementi di crescita del Pil. Inoltre, nel programma si prevede una maggiore cooperazione con gli Stati Ue, per ridurre la pressione dei flussi migratori sulle frontiere.

Nero su bianco anche i rapporti con Stati Uniti e Russia: il primo definito come “un alleato privilegiato” nell’Alleanza atlantica, il secondo come fondamentale “partner economico e commerciale”. Mancano all’appello alcune delle questioni che hanno infiammato i dibattiti elettorali: l’uscita dall’euro, per esempio, sembra essere stata completamente rimossa.

Nel documento viene espressamente prevista la creazione di un nuovo organo, chiamato “Comitato di conciliazione”, grazie al quale i contraenti, (quindi Di Maio e Salvini), si impegnano a “tradurre il contratto in una pratica di governo” e sono “insieme responsabili di tutta la politica dell’esecutivo”. Gli stessi si “adopereranno per ottenere il consenso rispetto a questioni relative a procedure, temi e persone”. Il contratto fa riferimento anche agli obiettivi “non inclusi” in questo accordo: le parti, si legge, dovranno impegnarsi a verificare come attuarli e come discuterne all’interno dell’esecutivo, ma soprattutto (ed è una specifica importante) si impegnano a “non mettere in minoranza l’altra parte in questioni che per essa sono di fondamentale importanza”.

Nella pratica: dovranno impegnarsi a discutere se ci sono divergenze e nel caso in cui queste persistano verrà convocato un Comitato di conciliazione. Il Comitato è composto da: premier, capo politico M5S e segretario federale della Lega, i capigruppo dei due partiti a Camera e Senato, il ministro competente in materia. Possono partecipare come uditori altri personaggi esterni. L’organo delibera a maggioranza di due\terzi. Il Comitato si riunisce in caso di: conflitti e divergenze rilevanti; se subentrano tematiche extra rispetto al contratto o se ci sono “questioni con carattere d’urgenza e/o imprevedibili al momento della sottoscrizione del presente contratto”; se richiesto da uno dei due contraenti.

Difficile immaginare, francamente, che un meccanismo burocratico come quello appena descritto possa superare profonde divergenze politiche, più di quanto non possano fare i fori istituzionali tipici. Ciò dimostra la scarsa cultura istituzionale dei 5 Stelle e di una parte della Lega più vicina a Salvini: il Consiglio dei ministri si riunisce tutte le settimane! Per quale strano motivo qualcosa deve sfuggire ai Consigli e costringere a convocare il curioso meccanismo di conciliazione?!?

Stop alla legge Fornero, i giovani pagano il conto

Da uno studio di Vincenzo Galasso (Sole 24 Ore) emerge che la riforma M5S-Lega sulle pensioni graverà principalmente sui giovani. In Italia, attualmente, la pensione anticipata è possibile solo dopo almeno 42 anni (41 per le donne) e 10 mesi di contributi, mentre per una pensione di vecchiaia almeno 66 anni e 7 mesi con 20 anni di contributi.

Il nuovo accordo di governo tra M5S e Lega prevede 5 miliardi di euro per “l’abolizione degli squilibri” introdotti dalla riforma Fornero, per agevolare l’uscita dal mercato del lavoro delle “categorie ad oggi escluse”. Questi squilibri verrebbero dunque risolti, a parere di Lega e M5S, dall’ipotesi “Quota 100”. Per andare in pensione, la somma tra età anagrafica e anni di contributi dovrebbe, dunque, essere almeno 100. Ad esempio, si potrebbe andare in pensione a 58 anni con 42 anni di versamenti, o a 65 con 35 anni di contributi.

Superare la Fornero ha, dunque, forti connotati redistributivi. Tende a favorire i lavoratori anziani con carriere contributive continue a scapito di lavoratori ancora più anziani, ma con carriere lavorative spesso interrotte (come le donne). Ma soprattutto, lascia il conto da pagare ai giovani...

@GiuScognamiglio

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