30 luglio 2018 - Le notizie della settimana in Italia

Un dettaglio del tunnel della TAV. REUTERS/Giorgio Perottino
Un dettaglio del tunnel della TAV. REUTERS/Giorgio Perottino

In Italia, difficile non ironizzare nei commenti...
Non resta che andare in vacanza, continuando a riflettere sul nostro futuro e sui modi migliori per affrontarlo...
Buon break a tutti. Ci rivediamo con eastwest il 1 settembre. 


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TAV/TAP, rien va plus: roulette giallo-verde

Dall’altro lato del tunnel, i lavori francesi stanno quasi per arrivare al punto di congiunzione con i lavori della controparte italiana ma, come nei vecchi film di Louis De Funès, o dei Soliti Ignoti italiani, rischiano di non trovare il buco corrispondente. Il delegato generale del Comitato Francese Transalpino ha vissuto una settimana sulle montagne russe: il ministro delle Infrastrutture italiano Danilo Toninelli ha dichiarato lunedì 23 luglio che la Tav va migliorata e giovedì 26 luglio ha precisato che la Tav va bloccata. Trapela da dietro le quinte che Di Maio non la vuole, la Tav, mentre Salvini la vuole. Il presidente del Consiglio si sta ancora domandando quale possa essere la propria posizione in proposito, fonti del governo fanno sapere che il dossier sulla Tav non è ancora giunto sul tavolo di Conte. 

Cosa recita il famoso contratto di governo? Prevede: ‘l’impegno delle due forze politiche a ridiscutere integralmente il progetto (TAV) nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia’. Gli stessi Di Maio e Salvini, comprensibilmente, non si ricordano bene cosa avessero inteso dire esattamente su quel punto nella lontana primavera 2018. O meglio, ognuno dei due lo ricorda a modo suo: «non parla di uno stop», dice Salvini. «Il progetto va totalmente ridiscusso», dice Di Maio. Il Comitato Transalpino francese ha i sudori freddi e stizzito reclama: «qualcuno dovrà pur assumersi le proprie responsabilità».

La discussa linea ad alta velocità Torino-Lione: 65 chilometri in totale, di cui 57 chilometri di galleria, 45 dei quali su territorio francese e 12,5 su territorio italiano. Si sta dunque discutendo dei 12,5 chilometri piemontesi. Costo complessivo preventivato 8,6 miliardi di euro così finanziati: il 40% dall’Unione europea, il 60% suddiviso tra Francia e Italia. Molti appalti sono già stati assegnati e la prima fase dei lavori, che si dovrebbe concludere alla fine del 2019, è già partita, dopo che è stato firmato un Grant Agreement nel 2015. Il costo di un’eventuale decisione di fermare tutto viene oggi stimato intorno ai due miliardi di euro.

Questa grande opera è da anni molto controversa e molto osteggiata, non è una novità. Anche in Francia ha richiesto una ‘pausa di riflessione’ da parte di Macron. Poi sciolta, lo scorso marzo.

In questo caso, l’ennesima minaccia alla Tav sul fronte italiano sembra provenire anche da alcune congiunture concomitanti: i sondaggi danno il M5S in calo, le elezioni europee di marzo 2019 si avvicinano, fonte di consenso per il M5S sono tradizionalmente posizioni forti sui nodi Tav, Ilva, Tap. Su Ilva il ministro dello Sviluppo Economico e vice premier Di Maio ha già alzato la voce. Sulla Tap, meno nota mediaticamente, varrebbe la pena di cedere se, in cambio, sulla Tav, gettonatissima, si potesse fare un coup de théatre.

La Tap, il gasdotto Trans-adriatico, che dall’Azeirbajan, attraverso la Grecia e l’Albania dovrebbe raggiungere la Puglia, ha dalla sua una rotta molto meno glamour di quella del Frejus e per questa ragione potrebbe anche realizzarsi in tempi naturali, più al riparo da sondaggi e schiamazzi elettorali.

A una domanda, nessuno sembra interessato a rispondere: ma dov’è l’interesse generale? E ancora: come faremo ad essere credibili se continuamente disattendiamo accordi internazionali? Come sostituiremo gli investitori internazionali, che staranno ben alla larga dai nostri confini, vista l’aria che tira...

Duello RAI

Dopo il fallimento del vertice pomeridiano di giovedì, nella notte si sono confrontati sulla questione il presidente del Consiglio e i due vice premier, alla presenza dei due sottosegretari plenipotenziari sull’argomento, Stefano Buffagni, per il M5S, e Giancarlo Giorgetti, per la Lega. 

Un duello con tanto di padrini.

Le due grandi nomine in ballo erano l’amministratore delegato e il presidente della RAI ma sono molte altre le poltrone strategiche da assegnare, in particolare ai direttori dei tg. 

Lo scontro tra i verdi e i gialli sulle due grandi poltrone nasconde il braccio di ferro in corso sui direttori dei TG. Il M5S non molla il Tg1, dove vuole Peter Gomez o Milena Gabanelli; in cambio, darebbe alla Lega la scelta di ben 3 poltrone: la direzione del Tg2, dove graditi a Salvini sono Luciano Ghelfi o Alessandro Giuli, la direzione di Isoradio, dove Paolo Corsini è candidato della Lega, e la direzione del Tg3. Ma Salvini non ci sta: se a M5S tocca la nomina dell’AD, che ha vastissime deleghe, la Lega vuole piazzare un suo uomo al Tg1, Gennaro Sangiuliano. 

Alla fine, le due nomine chiave hanno individuato come amministratore delegato Fabrizio Salini, candidato del M5S, e come presidente, Marcello Foa, un fedelissimo di Salvini, italo-svizzero, direttore del Corriere del Ticino e giornalista del Giornale. 

Di Maio inneggia alla ‘rivoluzione culturale’: «la grande sfida per liberarci dai raccomandati e dai parassiti». 

Ironizza così Paolo Gentiloni: «un sovranista alla presidenza Rai, usciremo dall’Eurovisione?»

Il presidente della Commissione cultura al Senato, Andrea Marcucci, commenta: «si è toccato il fondo del poltronismo e della spartizione». Il segretario della Commissione di Vigilanza Rai, Michele Anzaldi, protesta per le mancate nomine di garanzia e denuncia la militarizzazione della Rai e una spartizione senza precedenti.

Nei prossimi giorni, dovrà avvenire la ratifica (non scontata) delle due nomine da parte del CDA della Rai, e dopo si vedrà come procederà l’ulteriore braccio di ferro sugli ambìti TG.

Forse questo è l’unico settore nel quale non ravvisiamo grandi differenze con il passato, salva la progressiva irrilevanza del mezzo televisivo rispetto agli anni d’oro della Prima Repubblica. Di sicuro, pur con il rischio del dilettantismo allo sbaraglio, il ricambio nella televisione pubblica non può che essere salutare (lo diciamo con un minimo di sadismo...)

@GiuScognamiglio 

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