Trump dichiara guerra alla Cina e le altre notizie dal mondo

18 giugno 2018 - Le notizie della settimana dal mondo

REUTERS/Eric Thayer
REUTERS/Eric Thayer

Donald Trump imperversa negli scenari internazionali, con una idea fissa: fare il contrario delle politiche di Obama. Abbastanza preoccupante per tutti, a prescindere dalle singole decisioni...

Trump dichiara guerra alla Cina

Il presidente americano ha annunciato venerdì l’imposizione di dazi su 50 miliardi di dollari di importazioni cinesi in America. I beni colpiti, 1.102 in tutto, sono soprattutto prodotti hi-tech : aerei, elicotteri, navi, macchine industriali, motori, robot etc. Esclusi dalla lista i  beni più diffusi tra i consumatori americani: gli smartphone, i televisori, le stampanti. La decisione è stata presa per punire Pechino, accusata di rubare tecnologie made in US e di violare i diritti di proprietà intellettuale. Eppure, le voci di dissenso arrivano anche dall’industria americana: "Tariffs don’t work", ha dichiarato Dean Garfield, presidente dell'Information Technology Industry Council, che rappresenta alcune delle più grandi aziende tecnologiche statunitensi. Molte società americane fanno affidamento proprio su componenti di fabbricazione cinese per i propri prodotti tecnologici. La risposta di Pechino non si è fatta attendere. Nella serata di venerdì, il ministero delle Finanze di Pechino, secondo quanto riportato dall'agenzia Bloomberg, ha sferrato il contrattacco: i dazi cinesi colpiranno il mercato agroalimentare e quello delle auto.

Scontro muscolare tra due colossi: trarremo le conclusioni definitive quando il sangue sarà stato versato, ma non ci sembra un’idea strepitosa quella di scatenare una guerra dei dazi, spesso prodromica di conflitti armati in passato. Resta un dato caratterizzante la presidenza Trump in politica estera: la nuova inaffidabilità americana, gli Stati Uniti non sono più l’ancora di sicurezza e di pace che hanno sempre rappresentato... sensazione spiacevole e prospettiva pericolosissima.

Kim -Trump: un’amicizia nel nome di Obama

L’incontro di Singapore tra Kim e Trump risale ormai a qualche giorno fa. Cosa rimane?

La prima è più importante novità politica è che il leader coreano torna a casa con una legittimità internazionale che prima non aveva. Bill Richardson, ambasciatore delle Nazioni Unite durante l'amministrazione Clinton, ha commentato «il  vertice stesso è una vittoria della Corea del Nord» .

D’altra parte, per Trump questa è invece l’occasione di un primo grande successo in politica estera, che lo aiuterebbe nella sua campagna di rielezione nel 2020 e lo smarcherebbe dalla figura ingombrante del suo predecessore, che resta l’unico obiettivo chiaro della politica estera di Trump in questi primi due anni. Appena atterrato negli Usa il presidente americano ha infatti twittato: “Per il presidente Obama la Corea del Nord era il nostro problema più grande… dormite tranquilli!”, confermando in pieno la sua ossessione...

E i risultati concreti del summit? Incerti e molto poco epocali al momento. Il documento Trump-Kim contiene due punti principali:

a- Gli Stati Uniti e la Repubblica democratica popolare di Corea uniranno i propri sforzi nell’intento di costruire un regime di pace duraturo e stabile nella penisola coreana.

Non vi è alcun impegno reale a formalizzare questi propositi in un vero trattato di pace. Un nuovo accordo, che sostituirebbe quello firmato alla fine della guerra di Corea nel 1953, richiederebbe tra l’altro il coinvolgimento della Cina e degli altri Paesi che hanno preso parte al conflitto.

b- la Repubblica democratica popolare di Corea si impegna a lavorare per una completa denuclearizzazione della penisola coreana.

Questo è il punto più ambiguo del documento. Gli Stati Uniti vogliono lo smantellamento totale dell’arsenale nordcoreano e la verifica degli ispettori internazionali; per la Corea del Nord, il disarmo dovrebbe includere la rimozione dell'ombrello nucleare degli Stati Uniti sulla Corea del Sud e possibilmente anche il ritiro di tutte le 28.500 unità di truppe statunitensi che si trovano lungo il confine meridionale. Il Centro per gli studi strategici e internazionali di Washington (Csis) ritiene che ci vogliano almeno 15 anni per smantellare non solo le testate, ma tutte le infrastrutture e le tecnologie.

Pur non facendone menzione nella dichiarazione congiunta, Trump ha poi promesso di sospendere le esercitazioni militari tra Stati Uniti e Corea del Sud, definendole "provocatori giochi di guerra".

In sostanza, Trump ha concesso molto a Kim. Cosa ha ottenuto in cambio? Non è chiaro, ma siamo solo all'inizio. 

UNIONE EUROPEA - Macedonia: finalmente la soluzione?

Una disputa che dura da 27 anni per un nome: Macedonia. La Grecia  non ha mai accettato che uno Stato non greco potesse chiamarsi così, ottenendo che al piccolo Stato balcanico, indipendente dal 1991, fosse affibbiato l’orrendo acronimo Fyrom (Ex Repubblica jugoslava di Macedonia). Dopo una lunghissima trattativa diplomatica mediata dalle Nazioni Unite, sembra si sia trovato un accordo: Atene si potrebbe accontentare di un meno astruso “Repubblica della Macedonia del nord”.

Ratificare il patto tra Alexis Tsipras e il collega macedone Zoran Zaev, tuttavia, non sarà semplice. Tsipras non ha i numeri, contrari sono sia il partito di destra Greci Indipendenti, suo alleato, sia il grande partito del centrodestra Nuova Democrazia. Zaev dovrà vincere un referendum sul nuovo nome con un quorum minimo del 50% dei votanti e poi riuscire a cambiare la Costituzione. Il presidente della Repubblica Gjorgje Ivanov ha già fatto sapere che non firmerà.

Fortunatamente, dopo aver perso varie occasioni storiche per condizionare la soluzione di controversie all’accesso all’Unione (per tutte, pensiamo a Cipro, ancora divisa), oggi la Macedonia non entrerà mai senza una soluzione equa alla crisi dei nomi... E la Grecia ha bisogno dell’Europa quanto la Macedonia del Nord...

@GiuScognamiglio

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