Il Parlamento polacco modifica la riforma della Corte suprema, contestata dalla Ue perché minacciava l’indipendenza della magistratura. E gli europeisti crescono nei sondaggi. In Asia, gli attentati in Pakistan mettono nel mirino anche gli investimenti cinesi 

La statua dell'ex presidente della Polonia Lech Kaczynski - fratello del leader del Pis - inaugurata in occasione della festa nazionale polacca lo scorso 7 novembre, Piazza Pilsudksi, Varsavia.  Agencja Gazeta/Slawek Kaminski via REUTERS
La statua dell'ex presidente della Polonia Lech Kaczynski - fratello del leader del Pis - inaugurata in occasione della festa nazionale polacca lo scorso 7 novembre, Piazza Pilsudksi, Varsavia. Agencja Gazeta/Slawek Kaminski via REUTERS

Europa


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La Polonia fa marcia indietro. Il Parlamento polacco, la scorsa settimana, ha modificato con un emendamento la legge di riforma della Corte suprema, contestata dalla Corte di Giustizia dell'Ue.

Il testo originale prevedeva l’abbassamento dell’età pensionabile dei giudici da 70 a 65 anni, costringendo a un ritiro anticipato 20 giudici della Corte suprema (un terzo del totale). Il governo polacco giustificava il cambiamento con la necessità di eliminare quei magistrati ereditati dal precedente regime comunista. Secondo alcuni osservatori, invece, la riforma era dettata dalla volontà dell'esecutivo di fare piazza pulita di quei giudici troppo vicini all'opposizione.

La Commissione europea ha contestato la scelta, preoccupata da una politicizzazione della magistratura polacca, che rischiava di perdere la propria indipendenza rispetto al governo. La correzione proposta dall’emendamento stabilisce che i giudici possano tornare immediatamente al lavoro.

Il ripensamento di Jaroslaw Kaczynski, leader del PiS, è stato verosimilmente dettato dall’eventualità, pur remota, delle sanzioni europee,  previste contro le violazioni dello Stato di diritto. Dai risultati delle recenti tornate elettorali - non positivi per il partito al potere -, infatti, si evince che sventolare l’ipotesi di exit si è rivelato controproducente. I sondaggi condotti dai principali istituti di ricerca del Paese rilevano che una buona percentuale dei cittadini polacchi è a favore della permanenza in Europa, mentre il partito europeista Piattaforma Civica cresce nei consensi.

Asia

Il Pakistan di nuovo in balia del terrorismo: dopo una breve tregua inaugurata con l’insediamento del primo ministro Imran Khan, in carica dalla scorsa estate, due nuovi attentati scuotono il Paese. Nel primo, tre militanti del gruppo separatista Baloch Liberation Army hanno assaltato il consolato cinese di Karachi: oltre agli attentatori, che sono stati abbattuti prima di raggiungere gli uffici dei diplomatici e dello staff, sono morti due poliziotti e due civili. Il Balucistan, da tempo teatro di scontri, è una delle regioni più povere e meno sviluppate del Paese, nonostante sia ricca di risorse minerarie e gas.

Il secondo attentato è avvenuto nella cittadina di Kalaya, nel nord-ovest del paese nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, al confine con l’Afghanistan, in un bazar pieno di gente. Almeno trenta i morti e una quarantina i feriti, soprattutto sciiti.

L’attentato di Karachi è un tentativo di scoraggiare gli investimenti cinesi nella zona e di mettere a repentaglio il China Pakistan Economic Corridor, il piano di investimenti che prevede la costruzione di infrastrutture  tra la provincia occidentale cinese dello Xinjiang e il porto di Gwadar, nel Balucistan pachistano. Il Cpec, frutto dell’amicizia “dolce come il miele e profonda come l’oceano” tra Cina e Pakistan, fa parte della Belt and Road Initiative, il progetto cinese destinato a connettere i mercati di Pechino con quelli mediorientali ed europei, che è avversato sia dalla minoranza musulmana sunnita degli uiguri in Cina sia dai separatisti baluci.

Secondo il South China Morning Post, la Repubblica Popolare sarebbe pronta a costruire una base militare sulla penisola pakistana di Jiwani, proprio vicino a Gwadar, per difendere i propri interessi nell’area.

Questi rigurgiti autarchici (tipo No TAV in Italia) difendono però l’indifendibile, cioè decenni di Medioevo e di sottosviluppo, di fronte ai quali ben venga la crescita della Belt and Road. 

@GiuScognamiglio

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