Dopo le dimissioni del ministro della Difesa Lieberman, infuriato per la presunta "resa al terrorismo di Hamas", scricchiola il governo guidato da Netanyahu, mai così debole. Intanto in Europa il compromesso sulla Brexit si traduce in una prevedibile disfatta per il Regno Unito 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. REUTERS/Amir Cohen
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. REUTERS/Amir Cohen

Israele potrebbe essere vicino a elezioni anticipate, tra problemi interni e la questione Hamas, la coalizione di Benjamin Netanyahu scricchiola non poco. Tutto nasce dalle dimissioni di Avigdor Lieberman, il ministro della Difesa israeliano, che ha lasciato il governo come atto di protesta contro la decisione del gabinetto di sicurezza di raggiungere una tregua con Hamas dopo i violenti scontri dei giorni scorsi. «Una resa al terrorismo» ha detto il ministro dimissionario, leader del partito di estrema destra Israele Beytenu. «Dobbiamo andare al voto anticipato il più presto possibile» ha ribadito Lieberman in un’affollatissima conferenza stampa, durante la quale ha precisato come la sua componente politica non avrebbe potuto mai accettare anche la recente autorizzazione al trasferimento di carburante (bene di prima necessità nella striscia) e di 15 milioni di dollari dal Qatar alla Striscia di Gaza, vissute come un regalo ad Hamas.


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Con la sue dimissioni, si aprono nuovi scenari. La coalizione governativa è formata dal Likud, il partito guidato da Netanyahu, che ha 30 parlamentari, e poi da vari altri partiti di destra: Kulanu (10 deputati), Habayit Hayehudi (Focolare ebraico)  (8), Shas (7), Giudaismo unito nella Torah (6) e Israel Beitenu (6). Il ritiro dalla coalizione del partito di Lieberman significa che Netanyahu potrà contare in parlamento su una maggioranza ristrettissima: alla sua coalizione resterebbero appena 61 seggi sui 120 totali, mentre anche il leader di The Jewish Home ha fatto sapere che se, come sembra, non otterrà il ministero della Difesa, potrebbe lasciare la coalizione (e quindi farebbe mancare i numeri per governare): la possibilità di elezioni anticipate è dunque più che concreta. Gli ex amici potrebbero provare a fare le scarpe al premier, indebolito anche dall’indagine per corruzione, a cui è sottoposto da mesi. Una guerra tutta a destra.

UNIONE EUROPEA - Brexit: un disastro annunciato...

Anche se un accordo definitivo non è stato ancora perfezionato, i negoziatori europei e britannici sono arrivati a un compromesso: una bozza di accordo di 585 pagine, pubblicate la scorsa settimana sul sito della Commissione Europea, che consegna ai britannici una Brexit molto meno trionfale delle attese, a partire dal conto del divorzio: 40 miliardi di euro (invece dei soli 6 che pretendeva di pagare Londra) e poi l’impegno a contribuire al budget Ue per tutto il periodo di transizione, cioè fino alla fine del 2020. Bruxelles continuerà a dettare le regole, com’è ovvio, in un negoziato in cui gli inglesi non hanno assi da giocare: 

  1. la Corte di Giustizia europea continuerà a fare da arbitro ben oltre la fine del periodo di transizione, contrariamente a quanto pretendeva il governo May, che avrebbe voluto riconoscere solo tribunali inglesi; 
  2. il Regno Unito rimarrà  nell'Unione Doganale europea fino a quando non sarà trovata una soluzione per la intricatissima questione irlandese e sarà raggiunto un accordo bilaterale commerciale ancora tutto da negoziare. Nel “territorio doganale unico”, previsto dall’accordo, le merci potranno circolare liberamente attraverso le frontiere, ma il Regno Unito dovrà applicare le regole europee su aiuti di Stato, concorrenza e tassazione, decisione ingoiata a fatica dai Brexit-fan. In caso di mancato raggiungimento di un accordo di libero scambio, l’Irlanda del Nord resterà nell’Unione Doganale, a differenza del resto del Paese, decisione quest’ultima che mette a rischio lo stesso governo May, vista l’avversità già manifestata dagli unionisti (con la corona inglese) irlandesi, sostenitori dell’attuale maggioranza. Inoltre, sono previsti controlli doganali più severi, per assicurarsi che le merci britanniche che passano per l’Irlanda rispettino i parametri dell’Ue. «Il miglior accordo possibile», così lo ha definito Theresa May, eppure così lontano dalle premesse, non solo dei brexiters più duri, ma anche della premier stessa, che all’inizio della negoziazione prometteva l’uscita dal mercato unico e dall’unione doganale, senza se e senza ma...

Il governo ha ripetuto per diciotto mesi che il suo unico obiettivo era eseguire il mandato popolare scaturito dal referendum del 2016 ma, se l’accordo fosse confermato, Londra di fatto rimarrebbe con un piede nella Ue, obbligata a rispettarne molte delle stesse regole, ma con una posizione più controversa e politicamente fragile. 

Come noi di eastwest avevamo già scritto prima del referendum, “uscire dalla Ue non conviene”. 

@GiuScognamiglio

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