Dal Senato di Washington arriva il segnale di un cambio di rotta nei rapporti Usa-Arabia Saudita, nel mirino dopo l’omicidio Khashoggi. In Europa intanto, il Parlamento di Strasburgo prova a non irrigidire i confini interni. E Schengen si conferma un’area di crescita

Donald Trump e Mohammed bin Salman durante il G20 a Buenos Aires, in Argentina, il 30 novembre 2018. REUTERS / Marcos Brindicci
Donald Trump e Mohammed bin Salman durante il G20 a Buenos Aires, in Argentina, il 30 novembre 2018. REUTERS / Marcos Brindicci

Il Senato americano a maggioranza repubblicana, la scorsa settimana, ha votato una mozione per porre fine al sostegno di Washington alla campagna militare dell’Arabia Saudita in Yemen. A nulla sono valsi gli appelli al Congresso del capo del Pentagono, James Mattis, e del Segretario di Stato Mike Pompeo: con 63 voti a favore e soli 37  contrari, il Senato ha votato contro  l’alleanza militare e politica tra Donald Trump e Mohammed bin Salman.


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“Ridurre di grado i rapporti tra Usa e sauditi sarebbe un grave errore per la sicurezza nazionale nostra e degli alleati”, aveva scritto Pompeo sul Wall Street Journal, prima di essere sentito al Congresso.

Il principe saudita, oltre a essere l’architetto dell’intervento militare in Yemen, è sotto accusa per il clamoroso omicidio avvenuto in Turchia del giornalista Jamal Khashoggi.

A marzo scorso, una risoluzione identica, non era passata al voto del Congresso ma, in nove mesi, la situazione è molto cambiata: i senatori hanno rotto pubblicamente con la linea del presidente, dopo che anche la Cia ha riscontrato le prove del coinvolgimento del principe nel brutale assassinio.

L’Amministrazione Trump ha dichiarato che non ci sono attualmente forze militari americane impegnate al fianco di Riad in Yemen anche se il New York Times, a maggio, ha rivelato che alcune squadre delle forze speciali dell’esercito erano nel Paese in appoggio ai Sauditi.

Se la risoluzione, che deve essere ancora discussa in aula, dovesse raggiungere la scrivania del Presidente, Trump potrebbe essere costretto a porre il veto e la sua posizione, a questo punto, potrebbe risultare indifendibile agli occhi degli americani. E non solo.

Questo voto del Senato è una testimonianza di come funzionano i check and balance in una democrazia efficiente: quando vengono violati in modo clamoroso i valori democratici, vanno rimessi in discussione anche gli interessi economici e strategici.

Unione Europea - Schengen: area di ricchezza

Il Parlamento europeo ha fissato nuove norme per il controllo dei confini nazionali all’interno dell’area Schengen. Gli eurodeputati, nella seduta di giovedì scorso, hanno stabilito che i controlli temporanei alle frontiere debbano essere limitati inizialmente a due mesi invece dei sei attualmente previsti e che, comunque, non possano essere prolungati oltre l'anno, dimezzando l’attuale limite. Con 319 voti a favore, 241 contrari e 78 astensioni, è stato approvato il mandato ad avviare i colloqui con i Ministri dell’Unione.

Regole chiare anche per la concessione delle proroghe: i requisiti saranno valutati mediante una dichiarazione di conformità della Commissione europea e previa autorizzazione del Consiglio dei ministri dell’Ue.

Attualmente, sono sei i Paesi che hanno ripristinato i controlli:  Austria, Danimarca, Germania, Norvegia Svezia e Francia. I primi 5 Paesi per contrastare i movimenti migratori, la Francia per la minaccia terroristica.

Se il Codice Frontiere di Schengen garantisce la possibilità, in caso di gravi minacce per la sicurezza, di effettuare controlli temporanei alle frontiere interne, questi sono da considerarsi casi eccezionali e, appunto, di reale emergenza. L’Europa di Schengen, che oggi comprende ventisei Paesi, è stata una rivoluzione per il popolo europeo: 500 milioni di persone possono oggi lavorare, fare acquisti, viaggiare attraverso un’area di 4,3 milioni di chilometri quadrati.

Il valore degli scambi tra i Paesi dell’area Schengen è aumentato del 10% ogni anno dal 1985 al 2011. Al contrario, una chiusura delle frontiere interne porterebbe a un danno che la Commissione europea, in uno studio del 2016, ha stimato tra l’1,7 e i 7,5 miliardi di euro ogni anno.

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