Il patriarca Filarete, capo della Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Kiev, si rivolge ai fedeli mentre conduce una funzione alla cattedrale Volodymysky a Kiev, in Ucraina, 11 ottobre 2018. REUTERS / Valentyn Ogirenko
Il patriarca Filarete, capo della Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Kiev, si rivolge ai fedeli mentre conduce una funzione alla cattedrale Volodymysky a Kiev, in Ucraina, 11 ottobre 2018. REUTERS / Valentyn Ogirenko

Un cataclisma dalle ripercussioni imprevedibili. Lo scorso 12 ottobre, il Sinodo di Istanbul, presieduto dal patriarca ecumenico Bartolomeo I, ha approvato l’indipendenza degli ortodossi di Kiev da Mosca, accogliendo la richiesta della Chiesa ortodossa ucraina di diventare “autocefala”, cioè indipendente dal Patriarcato russo. La chiesa in Ucraina è stata legata a Mosca per centinaia di anni. «È una vittoria del bene sul male, della luce sul buio», ha dichiarato il presidente ucraino Poroshenko, che da mesi cavalca  la scissione - a marzo lo aspettano le elezioni presidenziali -. Il Sacro Sinodo ha lanciato un appello contro l’appropriazione di chiese, monasteri e altre proprietà e, in generale, contro ogni forma di violenza.


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Esponenti del Patriarcato di Mosca hanno definito la decisione catastrofica per l’intero mondo ortodosso. Il Patriarca ecumenico, che ha appoggiato le richieste di Kiev, potrebbe non essere più riconosciuto da Mosca come “primo tra pari”. Anche se il russo Kirill è a capo della più grande e potente delle Chiese autocefale, che ha 150 milioni di fedeli, non è lui il prelato ortodosso più importante. Questo ruolo spetta invece al Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo.

Le conseguenze sono per ora imprevedibili.

Mentre la chiesa di Mosca può contare sull’appoggio incondizionato del governo russo, i pochi fondi di cui dispone il Patriarcato di Costantinopoli provengono dal governo greco, in perenne difficoltà. Una scissione potrebbe costare cara a entrambi.

Unione Europea - L’Europa contro l’inquinamento: stretta sulle emissioni auto

Dopo 13 ore di negoziati, i ministri dell'Ambiente Ue hanno raggiunto a Lussemburgo un accordo per il taglio delle emissioni di Co2 che prevede, entro il 2030, l’abbattimento del 35% per le auto e del 30% per i van. L'accordo, concluso con 20 voti a favore, 4 contrari e 4 astenuti, è un compromesso tra quel 40% chiesto dal Parlamento Europeo e il 30% caldeggiato dalle case automobilistiche.

L’annuncio è stato dato dalla presidenza austriaca dell'Ue, che ha lavorato per raggiungere il compromesso dopo un confronto serrato tra un blocco di sedici Stati più severi - tra cui l’Italia - e il gruppo guidato dalla Germania e dai Paesi dell’Est, che premevano per un accordo più soft. La Vda, l’associazione dei costruttori tedeschi, ha criticato aspramente l’accordo, definendolo dannoso per occupazione e consumatori. Le norme attuali stabiliscono che dal 2021 le nuove auto non dovranno emettere in media più di 95 grammi di Co2 per km. Già per questo primo appuntamento si prevedono molti ritardi e multe salate. A quanto pare, solo Volvo, Toyota, Land Rover e il gruppo Renault-Nissan-Mitsubishi saranno in regola per il 2021. I grandi marchi tedeschi Bmw, Volkswagen e Daimler rischiano di pagare caro il mancato adeguamento.

@GiuScognamiglio

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