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Alcune cose su India e democrazia dette da Ambedkar

Il 15 Agosto si festeggia il giorno dell'Indipendenza indiana. Allo storico discorso che il primo ministro Jawaharlal Nehru pronunciò la mezzanotte del 15 agosto 1947 - si intitola Tryst with Destiny ed è famosissimo - preferiamo proporre alcune riflessioni che BR Ambedkar formulò qualche anno dopo, nel 1950, quando con l'entrata in vigore della Costituzione ci si chiedeva che tipo di futuro si prospettasse per la nascente democrazia indiana.

Non è vero che l'India non ha mai conosciuto la Democrazia. C'è stato un tempo in cui l'India era costellata di repubbliche e, anche in presenza di monarchie, erano o elette o dal potere limitato. Non erano mai assolute. Non è vero che l'India non conosceva i Parlamenti o le procedure parlamentari.

Uno studio delle Bhikshu Shanga buddhiste ha rivelato che non solo erano parlamenti - poiché le sangha non erano altro che parlamenti - ma che le sangha conoscevano e osservavano le regole delle procedure parlamentari moderne. Avevano regole riguardandti la posizione dei seggi, le mozioni, le risoluzioni, il quorum, il whip, la conta dei voti, il ballottaggio, le mozioni di sfiducia, la res judicata etc. Nonostante queste regole di procedura parlamentare fossero applicate dal Buddha alle riunioni delle sangha, doveva averle prese in prestito dalle regole delle assemblee politiche in vigore in quel tempo.

Questo sistema democratico in India andò perduto. Potrà l'India perderlo una seconda volta? Non lo so. Ma è abbastanza possibile in un paese come l'India - dove la democrazia, dopo un lungo periodo passata in disuso, deve essere considerata una forma piuttosto nuova - esiste il pericolo che la democrazia lasci spazio alla dittatura. È abbastanza possibile che questa nuova democrazia mantenga la propria forma ma lasci spazio ad una dittatura di fatto. [...]

Se vogliamo mantenere la democrazia non solo nella forma, ma anche nella sostanza, cosa dobbiamo fare?

La prima cosa che, secondo me, dovremmo fare è attenerci ai metodi costituzionali per ottenere i nostri obiettivi economici e sociali. Significa che dobbiamo abbandonare i metodi sanguinosi della rivoluzione. Significa che dobbiamo abbandonare i metodi della disobbedienza civile, della non cooperazione e del satyagraha. Quando non c'era alcuna via per l'applicazione di metodi costituzionali per il raggiungimento degli obiettivi sociali ed economici, c'è stata una grande giustificazione dei metodi incostituzionali. Ma quando i metodi costituzionali sono disponibili, non ci può essere alcuna giustificazione di metodi incostituzionali. Questi metodi non sono nient'altro che la Grammatica dell'Anarchia e prima li abbandoneremo, meglio sarà per tutti noi.

La seconda cosa che dobbiamo fare è prestare la stessa attenzione che John Stuart Mill ha indicato a chiunque sia interessato al mantenimento della democrazia, letteralmente, a non «offrire le proprie libertà ai piedi di un grande uomo, o affidare lui un potere così grande da essere in grado di sovvertire le istituzioni». Non c'è nulla di male nella riconoscenza per un grande uomo che abbia reso servizio per tutta la vita al proprio paese. Ma ci sono limiti alla riconoscenza. Come è stato detto dal patriota irlandese Daniel O'Connel, nessun uomo può essere riconoscente al prezzo del proprio onore, nessuna donna può essere riconoscente al prezzo della propria castità e nessuna nazione può essere riconoscente al prezzo della propria libertà. Questa attenzione è ancora più necessaria nel caso dell'India, poiché in India la bhakti, o come viene chiamato il sentiero della devozione o dell'adorazione dell'eroe, gioca in politica un ruolo ineguagliato in ogni altro paese. La bhakti nella religione può portare alla salvezza, ma in politica è una strada sicura verso la degradazione e verso un'eventuale dittatura.

La terza cosa che dobbiamo fare e non accontentarci della semplice democrazia politica. Dobbiamo fare della nostra democrazia politica una democrazia sociale. La democrazia politica non può durare se non poggiando le proprie basi sulla democrazia sociale.

[...]

Ricordo i giorni in cui gli indiani avvezzi alla politica ripudiavano l'espressione «il popolo d'India», preferendogli l'espressione «la nazione indiana». Ritengo che crederci una nazione sia aggrapparsi a una grande delusione. Come può un popolo diviso in migliaia di caste dirsi nazione? Prima capiremo che non siamo ancora una nazione nel senso sociale e psicologico del termine, meglio sarà per noi. Poiché ci accorgeremo della necessità di diventare una nazione e pensare seriamente a come raggiungere questo obiettivo. La realizzazione di questo obiettivo sarà molto difficoltosa, ben più difficile di quando lo sia stato per gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti non avevano il problema delle caste. In India ci sono le caste. Le caste sono anti-nazionali. In primo luogo perché perpetrano la separazione nella vita sociale. Sono anti-nazionali anche perché instillano gelosie e antipatie tra caste. Ma noi dobbiamo superare queste difficoltà, se davvero vogliamo diventare una nazione. Poiché la fraternità può essere reale solo quando si è nazione. Senza fraternità, uguaglianza e libertà non sono altro che uno strato di vernice.

[La versione integrale del discorso la potete leggere qui, in inglese].

@majunteo

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